Renzo Rosso, padre della Diesel, è sempre stato un imprenditore atipico. Meglio: semplicemente imprevedibile, difficile da mettere in categorie standardizzate, nonostante incarni a tutti gli effetti le caratteristiche fondanti del migliore archetipo di imprenditore italiano che, partito da niente, arriva a costruire qualcosa di importante, senza perdere lo spirito entusiasta degli esordi né sacrificare il rispetto per la persona sull’altare del dio denaro. Rosso è stato intervistato dal Sole 24 Ore di domenica 15 dicembre, e troviamo che alcune sue risposte, al di là del racconto biografico (comunque interessante), possano essere un suggerimento interessante per molti giovani (ma anche meno giovani) che oggi si percepiscono in un mondo privo di prospettive e hanno paura del futuro. Magari sono cose già sentite altrove, ma forse hanno un peso maggiore quando le dice uno che si è sporcato le mani (e continua a farlo) lavorando per una vita (i primi jeans li cuciva a quindici anni), piuttosto che un politico o un intellettuale (con tutto il rispetto) che magari nella vita ha fatto e detto cose molto interessanti, ma il problema di inventarsi un modo redditizio e al contempo sereno di stare al mondo non se l’è mai posto.

Intanto, nel raccontare come da operaio inesperto è arrivato a condurre un’azienda, Rosso fa leva sul concetto di sacrificio (con citazione calcistica): «Il Grande Fratello ha rotto gli schemi: tu non sei nessuno, vai dentro una casa e quando esci sei strapopolare, ma non hai fondamenta. La gente pensa che tutto sia raggiungibile facilmente. Oggi nei giovani non c’è la voglia di soffrire, di costruire. Andrea Pirlo si allena ore al giorno per riuscire a tirare le punizioni in quel modo. Solo soffrendo, solo con la pazienza, si può arrivare a fare cose importanti in qualsiasi campo». Concetti poco originali, se vogliamo, ma evidentemente molto più attuali di quanto si possa pensare. Più avanti, incalzato dal giornalista sull’ingresso dei suoi figli nell’azienda di famiglia, Rosso si sofferma sulla questione della responsabilità (riappare il termine bamboccioni): «Non ho mai chiesto ai miei figli di entrare in azienda. Consiglio a tutti di dare un calcio nel sedere ai figli, che devono andare fuori di casa, cominciare a farsi da mangiare, vivere con i pochi soldi che hanno, lavare, stirare, cioè essere responsabili. La tua prima azienda è la gestione del tuo piccolo patrimonio: se vuoi uscire, bere e andarti a divertire, devi fare i conti con il tuo budget. Se devo fare una critica ai ragazzi italiani, è di essere troppo bamboccioni: se resti in casa non hai gli anticorpi per combattere la crudeltà della vita».

E ancora: «Tu puoi decidere la tua vita: a un certo punto, sei tu l’unico responsabile della tua vita. Tu avrai dei genitori, mi auguro simpatici, che ti hanno dato l’educazione, ti hanno portato a un certo livello, ma il resto è a tuo carico. Se sei un inetto o sei diventato bravo, se vuoi ubriacarti tutti i giorni, la scelta è tua. Non c’è lavoro? Abbiamo il 40 per cento di giovani disoccupati? Basta che questo 40 per cento prenda un aereo low cost e voli dove il posto di lavoro c’è. Ma bisogna volerlo. Il destino te lo crei solo tu. Non bisogna pensare: “sono sfortunato” o “non esiste il lavoro”. Se tu vuoi, ci devi credere». Ecco, non necessariamente consigliamo a milioni di giovani in cerca di lavoro di lasciare l’Italia. Magari per qualcuno può essere la soluzione giusta, si può fare un periodo all’estero e tornare con esperienze nuove e idee innovative, ma se non si costruisce qualcosa qui sarà dura creare nuove prospettive. È forse un pensiero molto “settentrionale” quello di vedersi come “imprenditori di se stessi”, in qualunque campo si operi, ma resta comunque una metafora efficace e uno stimolo a muoversi d’anticipo per non subire il corso degli eventi.

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