Scade oggi il termine per presentare emendamenti alla legge sul cyberbullismo, che finalmente prevederà una definizione e una configurazione giuridica specifiche per questo reato. La proposta di legge è stata presentata a maggio di quest’anno, e da allora ha seguito l’iter previsto tra le due Aule del Parlamento, che l’hanno modificata fino a farle perdere, secondo alcuni, la specificità per cui doveva nascere. Come spesso capita per alcune leggi, nate con ottimi intenti, anche questa si starebbe perdendo per strada, e come detto la scadenza per le modifiche è per oggi, mentre la votazione inizierà lunedì 12 settembre.

Il problema, sottolineato soprattutto da chi si occupa di diritto sul web, è che la definizione di cyberbullismo, inizialmente precisa e circoscritta, è andata allargandosi fino a prevedere tipologie di reato molto diverse tra loro. È inoltre sparito il riferimento al fatto che le vittime dei comportamenti sanzionabili siano minori, cancellando di fatto la specificità dei soggetti da proteggere. Al contempo, aprendo il campo alle dispute tra adulti, si è inserita tra le pene previste la reclusione, da uno a sei anni, se chi commette il reato è maggiorenne. Su questi tre temi girano le critiche più accese che si possono leggere sul web, e in alcuni casi si arrivano a utilizzare formule ormai trite come “legge bavaglio” o addirittura “legge ammazza-web”. Per giustificare tanta preoccupazione, si citano i commi 2 e 2-bis contenuti nei resoconti raccolti dopo la discussione delle Commissioni riunite del 27 luglio. Si sottolinea che il comma 2-bis prevede che: «Ai fini della presente legge, con il termine “cyberbullismo” si intende qualunque comportamento o atto, anche non reiterato, rientrante fra quelli indicati al comma 2 e perpetrato attraverso l’utilizzo della rete telefonica, della rete internet, della messaggistica istantanea, di social network o altre piattaforme telematiche. Per cyberbullismo si intendono, inoltre, la realizzazione, la pubblicazione e la diffusione on line attraverso la rete internet, chat-room, blog o forum, di immagini, registrazioni audio o video o altri contenuti multimediali effettuate allo scopo di offendere l’onore, il decoro e la reputazione di una o più vittime, nonché il furto di identità e la sostituzione di persona operate mediante mezzi informatici e rete telematica al fine di acquisire e manipolare dati personali, nonché pubblicare informazioni lesive dell’onore, del decoro e della reputazione della vittima».

Secondo l’avvocato e blogger Fulvio Sarzana, «Da Facebook a Whatsapp ai blog tutto viene inserito nella furia iconoclasta del legislatore pronto a punire le attività peccaminose dei maggiorenni sul web. Con buona pace del cyberbullismo sui minori che è divenuto un elemento del tutto residuale della norma. Un bavaglio in piena regola». Ci sembra una preoccupazione un po’ eccessiva (e il fatto che la formula del “bavaglio” sia diventata ormai inflazionata conferma che spesso è usata a sproposito). Certo qualche problema si potrà verificare a seconda della discrezionalità dei giudici, e il fatto che (pensando alle testate online) una certa pubblicazione possa «offendere l’onore, il decoro e la reputazione di una o più vittime» potrebbe scontrarsi col diritto di cronaca. Ci sono casi in cui le informazioni che un giornalista o blogger sta per diffondere rientrano sia nella funzione di pubblica utilità, sia nella possibilità di danneggiare la reputazione di qualcuno (se si tratta, per esempio, di un politico che ha commesso illeciti o azioni scorrette politicamente rilevanti, per il giornalista deve prevalere la prima).

In ogni caso, pur allargando la fattispecie di reato, non ci sembra che la norma punti a limitare le normali (e lecite) attività che si svolgono quotidianamente su internet. Su AgoraVox, un blogger che scrive sotto lo pseudonimo di “UnOscuroScrutare” fa notare che «La proposta di legge uscita dal Senato non prevedeva l’introduzione di norme penali nel presupposto che bullismo e cyberbullismo sono fenomeni che riguardano esclusivamente il modo dei minorenni. Pertanto si riteneva che, in luogo di un sistema di sanzioni penali, per contrastare il fenomeno si dovesse far ricorso a strumenti sanzionatori di altra natura, incentrati su un approccio formativo e rieducativo più che repressivo. La successiva estensione della norma ai maggiorenni ha stravolto questa impostazione, con l’entrata in scena delle pene suevidenziate». Va detto però che le modifiche introdotte fanno comunque esplicito riferimento a forme di «giustizia riparativa», «se il fatto è commesso da minori». Certo il riferimento al carcere è un punto a sfavore della norma, per chi come noi pensa che le misure alternative siano sempre preferibili in quanto più efficaci nel favorire una rieducazione del condannato, al contrario del carcere che ha una funzione prevalentemente repressiva.

Una novità introdotta dalla norma è la possibilità di chiedere la rimozione dei contenuti giudicati lesivi: «I minori con più di 14 anni e i genitori – spiega il Secolo d’Italia – possono rivolgere istanza al gestore del sito Internet e al Garante della privacy, per ottenere l’oscuramento, la rimozione o il blocco dei dati personali». Concludendo, crediamo che gli scenari descritti dai detrattori della legge siano eccessivamente pessimisti, se non altro nei toni. Bisognerà vedere poi, nella pratica, che utilizzo si farà di questa legge, e con quanta disinvoltura i giudici ne interpreteranno i confini.