La leva per rilanciare il mercato del lavoro, in un periodo di prolungata crisi come quella che stiamo attraversando, non può essere la flessibilità del lavoratore. L’abbiamo scritto più volte e ora, grazie all’analisi pubblicata su Lavoce.info da Paolo Barbieri e Giorgio Cutuli, abbiamo delle conferme. «I dati indicano come la strategia di flessibilità adottata in Europa abbia originato una forte segmentazione dei mercati del lavoro – scrivono – rendendo problematico l’accesso a forme di lavoro stabile, senza tuttavia dar luogo a sensibili miglioramenti nelle complessive prospettive occupazionali».

I due studiosi hanno preso in considerazione le politiche del lavoro messe in campo dai diversi Stati europei, suddivisi in tre fasce: Nord, Centro e Sud. Soprattutto quest’ultimo gruppo, di cui l’Italia fa parte, ha conosciuto gli effetti peggiori di questo meccanismo: «Disaggregando l’analisi per i gruppi di paesi, si osserva una efficacia decrescente delle politiche di deregolamentazione muovendoci dal Nord verso il Sud dell’Europa». In ogni caso, anche negli altri due gruppi non si va oltre apparenti benefici, che nel lungo periodo si esauriscono completamente: «L’effetto della deregolamentazione sulle chance di trovare un lavoro si risolve complessivamente in un “effetto luna di miele”, in cui i vantaggi occupazionali complessivi della flessibilizzazione hanno un carattere meramente transitorio».

Inevitabile il parallelo con il Jobs Act, la legge che ha introdotto nuove forme contrattuali e modificato le tutele dei lavoratori, soprattutto per chi è all’inizio del percorso. La conclusione dell’analisi di Barbieri e Cutuli dovrebbe fare riflettere il governo, che si ostina ad affermare di aver trovato la ricetta per fare ripartire l’occupazione. «La deregolamentazione “ai margini” si è rivelata una politica inefficace per favorire la creazione di occupazione, mentre si è verificato un graduale processo di sostituzione di lavoro stabile con lavoro temporaneo e si registra comunque uno tra i più alti tassi di disoccupazione di lunga durata, chiamando in causa le politiche attive del lavoro. Se, dunque, un incremento della flessibilizzazione dei mercati del lavoro può aver originato, in altri contesti, risultati tutto sommato positivi in termini di crescita occupazionale, ciò non si è verificato nei paesi sud-europei. Così stando le cose, l’avvio di nuove riforme dovrebbe tener conto dei rischi di aumentare ancora di più gli impieghi temporanei e la segmentazione del mercato del lavoro, mentre i guadagni occupazionali netti restano per lo meno dubbi».

Il concetto di “tutele crescenti”, peraltro, per com’è stato applicato in Italia non ha niente a che vedere con quanto avvenuto nel resto d’Europa. Lo spiegava già a febbraio Luigi Mariucci, ordinario di diritto del lavoro all’università Ca’ Foscari di Venezia, in un’intervista pubblicata su Internazionale: «È una formula ipocrita. Scimmiotta la formula delle tutele progressive nata in ambito europeo. In quel caso, però, alla fine del percorso il lavoratore ottiene la pienezza dei diritti. Mentre nel Jobs act la tutela contro i licenziamenti è, e resta, debole. L’unica cosa che cresce è l’indennità economica. In questi mesi si è introdotta l’idea che l’impresa abbia il diritto di licenziare. Ma anche la carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea parla di potere di licenziare che deve avere delle limitazioni e deve essere giustificato. Gli interessi dell’impresa e del lavoro devono avere un punto di equilibrio. Si è anche detto che la reintegrazione nel posto di lavoro non esiste in altri paesi. Mi limito a ricordare che intanto in Germania esiste, anche se è residuale, ma lì prima di un licenziamento ci vuole il parere delle rappresentanze dei lavoratori. In Francia poi non esiste tutela reintegratoria, ma l’entità del risarcimento può essere decisa dal giudice senza limiti. Da noi si è persino messo un limite discrezionale al tribunale». Informazioni che si sanno da tempo dunque, eppure tutta la retorica della flessibilità come unica via d’uscita alla disoccupazione giovanile crescente ha continuato con successo a riempire il dibattito pubblico.

Eppure il precariato continua a essere la regola, non solo per i giovani, ma sempre più anche per chi è nel mercato del lavoro da tempo e ha visto le proprie sicurezze vacillare sotto i colpi della crisi. «Tutte le forme precarie permangono anzi sono state rafforzate – prosegue Mariucci –: è stato esteso il contratto a termine ed è stato reso acausale. È lì che sta il grosso del precariato. Poi restano il lavoro intermittente, il part-time elasticizzato, i voucher, il lavoro a somministrazione. L’unico intervento riguarda alcune forme di collaborazione. L’unico motivo per cui diminuirà un po’ il ricorso a queste formule è la promessa di incentivi e sgravi fiscali per il 2015». Ricordiamoci di quest’ultima considerazione quando qualcuno si presenterà in televisione a dire che l’occupazione è ripresa nel 2015 grazie al Jobs Act.

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