Con circa un terzo della popolazione mondiale chiusa in casa, ci troviamo nel più grande caso di quarantena generalizzata della storia. Una situazione che avrà delle conseguenze psicologiche per tutti, anche dopo che sarà finita. Anche se su ordini di grandezza diversi, non è però la prima volta che vengono messe in atto forme di lockdown per fare fronte a epidemie e contagi. È successo in Cina e Canada nel 2003 con la SARS, nell’Africa occidentale nel 2014 con Ebola, in Corea del Sud nel 2016 con la MERS, ecc. Un articolo pubblicato su The Lancet ha preso in considerazione 24 studi su casi di questo tipo e sulle conseguenze psicologiche riportate dalle popolazioni coinvolte. Nonostante nei casi in esame le misure abbiano riguardato popolazioni meno numerose e periodi più brevi (si parla al più di tre settimane di quarantena), ci sono state conseguenze psicologiche apprezzabili per le persone costrette all’isolamento, che talvolta sono durate anni (in particolare per il personale medico).

Un’ampia gamma di disturbi

Come riporta sul sito del World Economic Forum Elke Van Hoof, professore di psicologia all’università di Bruxelles, molte delle persone sottoposte a lockdown svilupperanno purtroppo un’ampia gamma di sintomi di disturbi psicologici, che includono malessere, insonnia, stress, ansia, rabbia, irritabilità, sfinimento emotivo, depressione e sindrome da stress post-traumatico. Tra questi, i più frequenti secondo lo studio sono malumore e irritabilità. Nei casi in cui i genitori sono stati costretti in isolamento con bambini piccoli, le conseguenze psicologiche sono state ancora più pesanti. In uno degli studi, al 28 per cento dei genitori in isolamento è stato diagnosticato un “disturbo della salute mentale da trauma”. Tra il personale sanitario ospedaliero in quarantena, quasi il 10 per cento ha sviluppato sintomi di forte depressione fino a tre anni dopo la fine dell’isolamento. Nel caso della SARS, sono stati riscontrati rischi a lungo termine per il personale sanitario legati all’abuso di alcol, assunzione di farmaci senza prescrizione e comportamento “evitante”. Quest’ultimo consiste nella paura di entrare in contatto con i pazienti anche anni dopo la fine della quarantena per paura di essere contagiato e si manifesta nel non presentarsi al lavoro. Sono tante le ragioni per cui aumentano i livelli di stress: paura del rischio di infezione, di ammalarsi o di perdere i propri cari, così come di trovarsi in difficoltà finanziarie. Tutti elementi, assieme a molti altri, che si riscontrano nell’attuale pandemia.

Assenteismo dal lavoro

Si può già notare un forte aumento dell’assenteismo dal lavoro nei paesi in lockdown, spiega ancora Van Hoof. Secondo il docente vedremo una seconda ondata fra tre-sei mesi: proprio quando avremo bisogno di persone al lavoro per fare ripartire l’economia, ci ritroveremo davanti a fenomeni di assenteismo e burnout. Sono tutti fenomeni che si sono ripetuti nei casi analizzati dai diversi studi. In generale, spiega Van Hoof, le categorie da cui possiamo aspettarci maggiori sviluppi di problemi mentali di lungo termine sono gli operatori sanitari che sono in prima linea in queste settimane, i ragazzi sotto i 30 anni, i bambini, gli anziani e quelli che partivano da situazioni già precarie, come le persone con problemi mentali, disabilità o in condizione di povertà. La comunità degli psicologi ha proposto alcune regole pratiche per cercare di arginare questi problemi:

  • Fare in modo che siano disponibili interventi di auto-aiuto per le esigenze delle popolazioni interessate.
  • Educare le persone all’impatto psicologico atteso e alle reazioni al trauma, se queste mostrano interesse. Assicurarsi che capiscano che un qualche tipo di reazione psicologica in questi casi è normale
  • Lanciare un sito dedicato a problemi psicologici.
  • Assicurarsi che le persone con problemi gravi ricevano l’assistenza di cui hanno bisogno.

(Foto di Aarón Blanco Tejedor on Unsplash)