Solo qualche anno fa, un presidente del Consiglio espressione di una scelta del presidente della Repubblica, dichiarò che in Italia era in corso una guerra contro la corruzione. Si trattava di Mario Monti e il presidente era Giorgio Napolitano. Da allora, secondo i dati forniti dal procuratore generale della Corte d’appello di Palermo, Roberto Scarpinato, non si è fatta molta strada per vincere tale conflitto contro i reati dei “colletti bianchi”. Con questa espressione, il magistrato (che ha fatto parte del pool antimafia con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, qui una raccolta di informazioni su di lui) si riferisce a coloro che fanno lavori in cui “non ci si sporca troppo le mani”, contrapposti alle camicie blu, come operai e altri tipi di lavoratori “manuali”, costretti a indossare divise più scure per nascondere le frequenti macchie. Scarpinato è stato intervistato (ma si tratta quasi di un monologo, visto che le domande occupano una percentuale trascurabile della pagina) da Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano in edicola domenica 25 ottobre, e le sue parole esprimono una grande preoccupazione per quanto sta (o meglio: non sta) accadendo in Italia in merito ai reati di tipo finanziario.

Innanzitutto un po’ di numeri (di cui Scarpinato non cita la fonte, ma riteniamo di poterli considerare attendibili): «I detenuti con condanne definitive per reati dei colletti bianchi sono un numero statisticamente irrisorio. I detenuti in custodia cautelare per reati di corruzione erano 31 nell’ottobre 2013, sui 24.744 totali. Le statistiche documentano la costante diminuzione delle condanne definitive per questi reati. Dopo la riforma dei reati contro la Pubblica amministrazione del 1990, le condanne definitive per abuso d’ufficio sono scemate da 1.305 a 45. Dopo l’introduzione della legge ex Cirielli sulla prescrizione, si passa da oltre 1.700 condanne per reati contro la corruzione ad appena 263 del 2010, meno di un quinto. E ancora: la maggior parte dei reati puniti sino a 5 anni – tra i quali l’abuso di ufficio, il traffico di influenze illecite, la turbata libertà degli incanti, la frode nelle pubbliche forniture – sono pistole caricate a salve perché destinate alla prescrizione».

Proprio quest’ultima sembra essere la “bestia nera” che fa in modo che le pene previste dall’ordinamento non fungano da deterrente alla commissione di reati. «Oggi in Italia il processo penale è una gara truccata a favore degli autori dei reati. Il nostro codice prevede che la prescrizione non decorra da quando il reato è accertato, ma da quando è consumato. Dunque se il magistrato accerta oggi un abuso d’ufficio o una turbativa d’asta avvenuti 7 anni fa, ha appena 6 mesi di tempo per concludere le indagini e ottenere la condanna in ben tre gradi di giudizio, perché il reato si prescrive in sette anni e sei mesi». Scarpinato continua con altri esempi, ma basta questo a capire come sia possibile che tante inchieste iniziate finiscano con un nulla di fatto, oppure non comincino proprio. La decorrenza dei termini a partire dal fatto commesso depotenzia enormemente le possibilità d’intervento della magistratura.

L’idea che si è fatto il magistrato è che non si tratti di una questione di incompetenza, ma di un vero e proprio disegno: «[Questa situazione] è frutto di una politica criminale fallimentare che in quest’ultimo quarto di secolo ha ruotato intorno a una triade micidiale: uno, minimizzazione delle pene edittali per i reati dei colletti bianchi; due, prescrizione breve; tre, processo lungo».

Senza voler ridurre una faccenda complessa a una soluzione pronta all’uso, il primo intervento possibile potrebbe essere proprio relativo ai termini di prescrizione: «La [soluzione] più semplice consisterebbe nell’includere i reati contro la pubblica amministrazione nell’elenco previsto dall’articolo 157 del codice di procedura penale, che prevede un raddoppio dei termini di prescrizione. Già ora il raddoppio scatta non solo per i reati di mafia, ma anche per maltrattamenti contro i familiari, incendio colposo, violenza sessuale, eccetera. Qualcuno vuole spiegarci perché i maltrattamenti contro i familiari o l’incendio colposo sono più meritevoli di una prescrizione raddoppiata rispetto ai reati di corruzione e dei colletti bianchi?».

Infine, un riferimento alle misure contro l’illegalità introdotte negli ultimi anni, che hanno sempre avuto come contraltare ulteriori nuove leggi volte a ridare sotto altra forma ciò che toglievano: «Da un lato si sbandiera la volontà di contrastare l’economia illegale tessendo la trama di nuove norme antiriciclaggio, dall’altra si sfila la stessa tela mediante la politica degli scudi fiscali, come è avvenuto in passato, o mediante l’elevazione a 3mila euro dell’utilizzo del contante, per favorire i consumi».

Fonte foto: flickr