La metafora della guerra gode sempre di grande fortuna per sottolineare momenti difficili e il grande sforzo necessario a superarli. Spesso però non è il modo migliore per descrivere i fenomeni, e rischia di dare una lettura della realtà molto lontana dalla sua complessità e dalle sue priorità. Daniele Cassandro, sul sito di Internazionale, cita in proposito Susan Sontag, che nel suo libro L’aids e le sue metafore, del 1989, scriveva: «La guerra è una delle poche attività umane a cui la gente non guarda in modo realistico; ovvero valutandone i costi o i risultati. In una guerra senza quartiere, le risorse vengono spese senza alcuna prudenza. La guerra è pura emergenza, in cui nessun sacrificio sarà considerato eccessivo». Cassandro prosegue poi con alcune considerazioni sul perché, nel caso del coronavirus, sia poco utile (e anzi dannoso) ricorrere a questa logora metafora.

La cittadinanza dei sani e quella dei malati

«Trattare una malattia come fosse una guerra ci rende ubbidienti, docili e, in prospettiva, vittime designate. I malati diventano le inevitabili perdite civili di un conflitto e vengono disumanizzate appena, per usare le parole di Sontag, “perdono il loro diritto di cittadinanza da sani per prendere il loro oneroso passaporto da malati”. Alla metafora della guerra Sontag sostituisce quella della cittadinanza: “Appena nasciamo abbiamo una doppia cittadinanza, nel regno dei sani e nel regno dei malati. Sebbene tutti preferiremmo usare sempre il passaporto buono, presto o tardi saremo obbligati, anche se per breve tempo, a identificarci come cittadini di quell’altro posto”. […] Liberarsi da una malattia, superarla per tornare a vivere “tra i sani”, non è una questione di valore militare, di forza, di costanza, di eroismo del singolo; è una questione di essere ben curati, di risorse sanitarie e anche, purtroppo, di fortuna. Applicare la metafora della guerra e della sconfitta a una malattia significa caricare il malato di sensi di colpa e, dice Sontag, ostacolarlo nel suo percorso di guarigione».

Nella malattia non ci sono sconfitti

«Un articolo del Guardian di qualche mese fa, uscito molto prima dell’emergenza del coronavirus, denunciava come le metafore della guerra applicate al cancro abbiano un effetto inibitorio nei pazienti che si sentono da subito sconfitti, condannati a morte fin dalla prima diagnosi. “Preferisco che con me si usi un linguaggio chiaro e fattuale”, spiega una malata terminale di cancro all’intervistatore. “Hai sempre l’impressione di deludere gli altri se non mantieni un atteggiamento positivo o se ti lasci andare a un momento di emotività. Io mi vedo come una persona che ‘vive’ con un cancro incurabile. Non sono coraggiosa e non voglio essere una fonte d’ispirazione per nessuno. Voglio vivere il tempo che mi rimane al meglio”. La metafora del paese in guerra e del singolo malato-eroe è particolarmente rischiosa nell’emergenza che stiamo vivendo oggi. Ogni giorno che passa ci accorgiamo che il Covid-19 non conosce confini e richiede una risposta unitaria a livello globale. Parlare di guerra, d’invasione e di eroismo, con un lessico bellico ancora ottocentesco, ci allontana dall’idea di unità e condivisione di obiettivi che ci permetterà di uscirne. Abbiamo urgente bisogno di nuove metafore e di nuove parole per raccontarci i giorni che stiamo vivendo; quelle vecchie rischiano di trasformare in un incubo non solo il presente ma anche, e soprattutto, il futuro che ci aspetta».

Trovare nuove metafore

Anche Gianluca Briguglia, nel suo blog sul Post ha affrontato l’argomento. In un passaggio fa notare come anche quella del virus sia a sua volta una metafora spesso utilizzate per descrivere altri fenomeni: «Non solo non è una guerra, ma quello che è veramente – cioè un contagio, un’epidemia – è un’esperienza talmente potente che è a sua volta da sempre usata come metafora per altro: il vizio, il male, gli errori sono contagiosi, i cattivi esempi, le idee che non ci piacciono sono morbo, gli eretici erano pestiferi, per non parlare dei dissidenti politici, da mettere nella quarantena del campo di rieducazionoe o da estirpare come una malattia infettiva. O pensiamo a esperienze più comuni e banali, come la comunicazione virale, o i virus dei computer. […] Governare è anche trovare metafore che cambiano i processi in corso».

(Foto di Scott Rodgerson su Unsplash)