«La corruzione colpisce soprattutto le Pmi, le imprese più dinamiche e concorrenziali, quelle che innovano, perché la corruzione è un sistema anticompetitivo». La dichiarazione è di Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione, durante un forum organizzato dal Sole 24 Ore. Cantone evidenzia altri paradossi che riguardano gli effetti indiretti della corruzione e la sua percezione: «In Italia non abbiamo dati attendibili né sugli impatti diretti né su quelli indiretti della corruzione. Se metto meno cemento in una strada, questo è un effetto diretto. Ma poi noi abbiamo effetti indiretti come la fuga dei cervelli, le scelte di non competitività quando non si assumono i migliori, il mancato investimento in innovazione. Se io so di vincere comunque l’appalto, a che mi serve innovare? Tutto questo non è mai stato stimato. Paradossalmente la percezione della corruzione aumenta, poi, proprio quando ci sono le inchieste e si fa la lotta alla corruzione».

Altre considerazioni interessanti quanto condivisibili arrivano dal procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Franco Roberti, che ha parlato il 9 dicembre davanti alla commissione Industria e attività produttive del Senato in merito al decreto di legge “Concorrenza”: «“Possiamo contrastare efficacemente la corruzione e il falso in bilancio che è stato sì ripristinato nella sede penale ma con alcune limitazioni”, ha aggiunto il procuratore nazionale, per il quale “la corruzione bisognerebbe colpirla come si contrasta la mafia, essendo l’altro aspetto della criminalità organizzata di tipo mafioso”, perché “se vogliamo assicurare un effettivo sviluppo all’Italia bisogna contrastare efficacemente la criminalità economica”». È il discorso che facevamo tempo fa su ZeroNegativo, quando parlavamo della sostanziale impunità che si registra nel nostro Paese sui reati dei cosiddetti “colletti bianchi”. Il problema riguarda sempre gli strumenti con cui perseguire l’obiettivo.

In Italia c’è una situazione di difficile equilibrio tra necessità di controlli ed eccesso di burocratizzazione e adempimenti. Più procedure obbligatorie sono un incentivo a cercare scorciatoie, legali o meno, per evitare di trovarsi invischiati in perdite di tempo, carta e soldi. Allo stesso tempo, semplificare le procedure vorrebbe dire ridurre i controlli, quindi a livello normativo ci si muove con grande prudenza su questo aspetto. Si parla spesso di trasparenza, soprattutto per quanto riguarda la pubblica amministrazione, e in Italia si stanno facendo dei progressi in questo senso.

Vitalba Azzolini, membro della Consob, commenta su Lavoce.info l’equivoco nato attorno al tema della trasparenza e come la sua declinazione sia stata male interpretata nella in Italia rispetto al Freedom of information act da cui trae ispirazione: «La scelta di stabilire “proattivamente” ciò che deve essere pubblicato sui siti web della Pa, anziché prevedere che quest’ultima “reattivamente” renda noto quanto richiesto dagli interessati (come previsto dal Freedom of Information Act statunitense, cui si ispira un recente disegno di legge) ha fatto prevalere la burocrazia dell’adempimento rispetto all’efficacia del risultato: la trasparenza è stata intesa come una dimensione di tipo quantitativo da sostanziare per accumulazione, anziché come un criterio qualitativo per garantire efficacia e chiarezza dell’informazione».

Tra i vari obiettivi mancati dall’aumento della trasparenza c’è la maggiore chiarezza. Se chiunque può avere accesso a una serie di testi, dati e grafici incomprensibili, non si sta facendo chiarezza, ma si sta creando quella che Azzolini definisce “opacità per confusione”. Una quantità di dati “grezzi” incredibile viene messa a disposizione, ma nessuno si occupa di fornirne una chiave di lettura o una spiegazione chiara. Tuttavia, la trasparenza non è un meccanismo che da solo può garantire una diminuzione della tendenza alla corruzione. Molti obiettano che non ci sia bisogno di nuove leggi, ma che basti applicare quelle che già ci sono. Il problema è che molto spesso le norme in vigore sono in contraddizione tra loro, dunque non si può prescindere dalla semplificazione normativa ed eventualmente – almeno questa è l’idea di Renato Balduzzi, membro laico del Consiglio superiore della magistratura – approvare un testo unico sulla corruzione in grado di trattare il tema in maniera esauriente ed esclusiva la materia: «Da una parte ci troviamo spesso a fare i conti con mostri normativi, leggi che contraddicono altre leggi. E allora dico che sì, a mio parere un testo unico sulla corruzione avrebbe senso, ma senza deroghe. In Italia invece la legislazione derogatoria, quella che permette di dribblare sempre e comunque le apparenti soluzioni a problemi patologici, non cessa mai».

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