barcaScortesia e mancanza di empatia sono due aspetti molto fastidiosi del mondo in cui viviamo. Del resto, non sono nuovi. Oliver Burkeman cita questo passaggio tratto dal New York Observer: «Sembra che in quest’era moderna molte persone non abbiano più il tempo per essere educate». L’articolo poi continua: «Il fatto è che viviamo in un’epoca frettolosa e distratta in cui il massimo che molti sembrano essere in grado di fare è correre a prendere un treno… senza sprecare tempo in formalità e frasi gentili». Sembra scritto ieri, invece è stato pubblicato nel 1899. Da allora se ne è fatta di strada e la cafonaggine ha raggiunto livelli che nella redazione del giornale statunitense potevano solo immaginare. Secondo uno studio citato da Burkeman, il 40 per cento del campione intervistato sostiene di avere comportamenti sgarbati per non perdere tempo. Siamo sicuri però che la scortesia ne faccia risparmiare? Sarà banale ma, come si suol dire, un sorriso non costa nulla.

Forse il problema non è tanto il non voler sorridere a chi si ha davanti, ma il fatto che si hanno in mente altri pensieri (magari non piacevoli) e quindi, mentre si è in una situazione, in realtà non ci si è del tutto. In questo la tecnologia non aiuta. Smartphone e affini fanno sì che nella nostra testa (e nella nostra tasca) ci sia una connessione costantemente aperta con tutti i problemi e le questioni che ci riguardano. Così, quello che ci capita davanti non ha più molta importanza, lo si affronta in maniera meccanica, totalmente assenti dalla situazione. A un livello molto basso lo si può osservare in certe interazioni che accadono nei luoghi più diversi: dal tabaccaio, in posta, al supermercato. Quanti buongiorno e quanti grazie si perdono per strada, quanti sorrisi e facce amichevoli si potrebbero mostrare e incrociare, e invece no. Un concetto legato a questo fenomeno è quello dell’empatia.

Per superare l’inutile scortesia dilagante, potrebbe bastare mettersi nei panni dell’altro fino al punto di coglierne lo stato d’animo e i pensieri. In una parola: empatia. D’accordo, non basta questo a evitare ogni problema. C’è chi, pur capendo perfettamente la persona che ha davanti, gode nel farla soffrire. Ma siamo nel patologico. Tra persone normali (come sicuramente sono la maggior parte degli sgarbati che incrociamo ogni giorno), questo spostamento del punto di vista dovrebbe essere sufficiente a innescare un piccolo percorso di fuoriuscita dalla scortesia. Come scrisse il romantico tedesco J.G. Herder, citato in un articolo di Marco Belpoliti, «Nel grado di profondità del nostro amor proprio sta anche il grado della nostra simpatia nei confronti degli altri, poiché in un certo modo possiamo sentire noi stessi solo negli altri». Non è quindi una semplice questione di immedesimazione nell’altro, ma anche un processo di introspezione. Per capire l’altro dobbiamo sapere come ci sentiamo noi (o come ci sentiremmo nella sua situazione) e forse, viceversa, capire l’altro potrebbe essere utile a capire i nostri stati d’animo. Descritta così sembra una questione molto astratta, ma invece è molto tangibile.

L’estate porta molte persone, volenti o nolenti, ad avere più scambi sociali che nel resto dell’anno. Si va in luoghi turistici, si è circondati da altri turisti, operatori, autoctoni. È un continuo relazionarsi, anche solo con lo sguardo, col modo di condividere gli spazi. Come si sta in spiaggia, che tono di voce si utilizza per comunicare quando si è circondati da altre persone, quanto si sceglie di sorridere ai vicini, quanto si rispetta l’ambiente circostante. Ecco, è proprio qui, grazie a un’esperienza vissuta proprio oggi, che volevamo andare a parare quando abbiamo iniziato la stesura dell’articolo. Quale oscuro calcolo, quale totale mancanza di empatia col resto del mondo, quale patologia può portare qualcuno a lavare la propria barca a vela, con abbondante detersivo, a pochi metri dalla spiaggia della riserva naturale Punta Aderici, che si estende lungo la splendida costa a nord di Vasto, in Abruzzo?! La domanda resterà per sempre senza risposta, perché non abbiamo avuto la prontezza di avvisare le autorità né di filmare lo scempio. Se non altro, abbiamo voluto sfruttare quella orribile chiazza di bolle che si è estesa ieri tra la barca e la spiaggia per costruirci un ragionamento, che speriamo possa aiutare qualcuno a uscire dal tunnel della scortesia.