Patrick Zaki è uno studente egiziano, iscritto a un master all’università di Bologna, che da febbraio 2020 si trova in carcere in Egitto, dove era rientrato per qualche giorno di vacanza. Da allora è stato sottoposto a torture, carcere duro, limitatissimi contatti con l’esterno, e in tutto questo tempo il processo a suo carico non è neppure cominciato. L’ultima proroga della sua permanenza in carcere è avvenuta il 16 giugno e, come prevede la legge egiziana, tali proroghe potranno ripetersi ogni 45 giorni per i primi due anni dall’arresto, cioè fino a febbraio 2022.

Il 7 luglio la Camera ha approvato all’unanimità (con l’astensione di Fratelli d’Italia) una mozione per chiedere al governo di dare la cittadinanza italiana a Zaki, in modo da aumentare le possibilità di pressione sulle istituzioni egiziane affinché allo studente siano date maggiori garanzie legali e che sia liberato, almeno finché non ci saranno sentenze a suo carico. Le mozioni non sono atti vincolanti e questa, come spiega il Post, è la seconda di questo tipo dopo quella approvata dal Senato ad aprile. L’unico commento in proposito da parte del governo risale proprio ad aprile, quando in riferimento alla mozione il presidente Mario Draghi ha detto: «È un’iniziativa parlamentare in cui il governo non è coinvolto al momento».

Secondo Amnesty Italia, questa seconda mozione è comunque un passaggio importante. «Quella di oggi è una giornata molto importante per il Parlamento italiano – ha dichiarato il 7 luglio Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia –. Ogni volta che il nome di Patrick viene fatto dove si prendono decisioni è un fatto rilevante, perché significa che la sua storia preoccupa anche l’Italia. Ora sta di nuovo al governo, come dopo voto al Senato del 14 aprile, agire e esplorare tutte le strade praticabili perché ottenga la cittadinanza italiana. È un percorso molto difficile e alle difficoltà tecniche si aggiungono quelle derivanti dalla parola “cautela”, ripetuta anche ieri dal governo durante la discussione alla Camera; sono 17 mesi che la sentiamo abbinata a un’altra parola, “dialogo”, con l’Egitto».

In effetti, dopo un primo momento in cui si è creata un’atmosfera di grande mobilitazione intorno al caso, l’atteggiamento della politica si è fatto sempre più cauto, nel timore che il caso possa compromettere i rapporti economici e commerciali tra Italia ed Egitto. Ma visto che dopo quasi un anno e mezzo non si sono raggiunti risultati apprezzabili, forse è il caso di cambiare strategia.

Il primo strumento a disposizione è proprio quello della cittadinanza. «Il governo – spiega il Post – potrebbe dare la cittadinanza a Zaki sulla base di una legge del 1992 che prevede questa possibilità per un cittadino straniero “quando questi abbia reso eminenti servizi al Paese, ovvero quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato”. La concessione della cittadinanza a Zaki ricadrebbe nella seconda ipotesi, perché sarebbe interesse dello stato italiano che l’incolumità dello studente di una sua università sia preservata».

Il processo è pittosto complesso, ma comunque percorribile, basta mettere in campo la volontà politica. Ovviamente non garantirebbe la scarcerazione di Zaki, ma cambierebbe enormemente gli equilibri e soprattutto darebbe più potere all’Italia nel tutelare l’incolumità fisica e psicologica di Zaki.

«Un altro strumento a disposizione dell’Italia è la Convenzione dell’ONU contro la tortura, promulgata nel 1984 e ratificata sia dall’Italia sia dall’Egitto negli anni successivi.

La Convenzione è stata citata più volte negli ultimi mesi, ed è stata anche al centro di una mozione presentata al Senato, perché prevede degli strumenti di risoluzione delle controversie tra gli stati aderenti che potrebbero coinvolgere tutta la comunità internazionale. Se nascono delle controversie sull’uso della tortura in uno stato partecipante, infatti, un altro stato ha diritto di aprire un negoziato per porre fine a questa pratica. Se il negoziato non andasse a buon fine, può essere richiesto un arbitrato internazionale. Se, infine, a sei mesi dall’inizio dell’arbitrato, le parti non dovessero essere arrivate a un accordo, il caso può essere sottoposto alla Corte internazionale di giustizia».

Ci sono poi strumenti indiretti che l’Italia potrebbe sfruttare, proprio a partire dalle relazioni che intercorrono tra i due paesi. Insomma le soluzioni giuridiche e politiche non mancano. Si tratta, ancora una volta, di avere la volontà di metterle in atto.

(Foto di Egyptian Initiative for Personal Rights, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons)

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