Una coincidenza sospetta si riscontra nel mondo dell’informazione in questi giorni. Da un lato l’approvazione della legge di conversione del decreto sul riordino dei contributi all’editoria; dall’altro la totale assenza dai giornali della raccolta firme in atto da tempo -e ormai giunta quasi al termine- per un referendum sulla parziale abrogazione della legge sulle indennità parlamentari. A parlare di casta sono bravi tutti, viene da pensare, ma poi quando qualcuno mette in moto meccanismi democratici per intervenire su una situazione che a nessuno sembra piacere, non si sente l’esigenza di darne notizia. La raccolta delle firme è stata proposta dall’Unione Popolare, e il referendum mira all’abrogazione di una parte della legge n. 1261 del 31 ottobre 1965, in cui si delegano gli Uffici di Presidenza delle Camere a determinare un rimborso spese per i parlamentari «sulla base di 15 giorni di presenza per ogni mese ed in misura non superiore all’indennità di missione giornaliera prevista per i magistrati con funzioni di Presidente di Sezione della Corte di Cassazione ed equiparate».

In realtà, le firme raccolte non saranno valide, perché la legge n. 352 del 25 maggio 1970 stabilisce, al comma 31, che «Non può essere depositata richiesta di referendum nell’anno anteriore alla scadenza di una delle due Camere e nei sei mesi successivi alla data di convocazione dei comizi elettorali per l’elezione di una delle Camere medesime». E visto che il 2013 sarà anno di elezioni politiche, rientriamo pienamente nella casistica. Vero è che una forte partecipazione avrebbe comunque dato un segnale chiaro alle forze politiche, e che comunque la richiesta si potrà ripresentare l’anno prossimo e dare quindi il via a una raccolta in piena regola. Questo dipenderà anche dall’effettiva volontà del movimento politico promotore di dare seguito all’iniziativa, che potrebbe anche rientrare in una strategia di ricerca di visibilità mediatica.

Ma in ogni caso, fosse anche per sbugiardare i promotori, perché non parlarne? La notizia, restando lontana dalle pagine dei grandi quotidiani nazionali, è finita in pasto al chiacchiericcio del web e di alcune testate locali, dove ha perso forza e credibilità, triturata da articoli che invitano ad andare a firmare, altri che denunciano l’invalidità delle firme, altri ancora che elogiano comunque il valore della proposta. Una parola definitiva di una firma importante del giornalismo avrebbe messo fine a tutto questo ronzio informativo. E invece tacciono quegli stessi giornali che “paghiamo due volte”, dato che oltre al prezzo in edicola, li finanziamo con i soldi delle nostre tasse. Questo nonostante l’apparente giro di vite stabilito dalla legge di conversione approvata in questi giorni dal Parlamento. Tra i limiti previsti per accedere ai contributi, quella che innalza al 25 per cento (prima era il 15) il numero di copie che devono essere vendute rispetto al totale di quelle distribuite. Per quelle locali la percentuale sale al 35, ma scendono da cinque a tre le regioni in cui deve essere distribuito un giornale per essere considerato nazionale. È stato eliminato il tetto massimo alle entrate pubblicitarie e sono state introdotte semplificazioni per le cooperative di giornalisti. E poi c’è la questione delle tariffe postali per il non profit, cui si accennava ieri.

La morale è che in Italia si continua a foraggiare il settore editoriale con grandi quantità di denaro pubblico, e non si capisce il perché. Cosa ci torna indietro da questo investimento? Perché altri settori subiscono tagli orizzontali (in questo senso da Tremonti a Monti non si è visto un grande cambio di passo) in nome della spending review, mentre ai giornali spetta una ritoccatina che non cambierà gli equilibri in gioco?

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