Spostare l’attenzione dal proprio corpo può aiutare a correre meglio, e a far sembrare la corsa un’attività meno faticosa. O almeno questo è il risultato di uno studio da poco pubblicato e citato da Gretchen Reynolds in un articolo sul New York Times. Si tratta di un esperimento realizzato su un piccolo campione (una dozzina di donne che non praticano abitualmente la corsa), ma i cui risultati sembrano piuttosto chiari nel confermare ciò che da tempo si pensa a livello scientifico, e che è già stato verificato in altre discipline.

Fare attività fisica non sempre è una pratica piacevole. Soprattutto all’inizio, se si è fermi da un po’, le sensazioni negative superano spesso quelle positive. Quando diventa una pratica abituale, il rapporto si inverte decisamente. Nonostante ciò, anche per chi è ben allenato può essere fastidioso quando, all’inizio della pratica, il cuore aumenta le pulsazioni e il respiro si accorcia. Alcuni allenatori consigliano di concentrarsi su quelle sensazioni, per aumentare la consapevolezza e migliorare la tecnica. Ma secondo diverse ricerche portare troppo l’attenzione sul corpo e sui movimenti può peggiorare le performance e la qualità di quegli stessi movimenti.

Tali ricerche sono in linea con una teoria nota come Constrained Action Hypothesis (ipotesi dell’azione condizionata). Secondo tale teoria il nostro corpo conosce il modo migliore di fare un movimento meglio della nostra mente cosciente. Più ci concentriamo consapevolmente sul nostro corpo, sempre secondo la teoria, meno fluidi ed efficaci diventano i nostri movimenti.

L’ipotesi è stata verificata nel corso degli ultimi anni in diverse discipline: golf, salto in lungo, sollevamento pesi. In tutti e tre i casi, se l’atleta spostava l’attenzione dallo sforzo o dal movimento verso qualcos’altro (per esempio il punto di atterraggio per quanto riguarda il salto in lungo) le performance miglioravano sensibilmetne. Resta da capire se questo principio valga anche per gli sport di resistenza. Lo studio citato di certo non metterà l’ultima parola sulla questione, ma offre qualche spunto a favore dell’ipotesi dell’azione condizionata.

L’esperimento

Lo studio è il prodotto di una collaborazione tra un’università statunitense e una iraniana. Sono state reclutate dodici donne che, in un laboratorio di Teheran, sono state invitate a correre su un tapis roulant per controllarne lo stato di salute e la massima velocità raggiunta.

Poi, in una serie di visite consecutive al laboratorio, le donne hanno corso per alcune sessioni da sei minuti alla volta a circa il 70 per cento della loro velocità massima. Nella prima sessione, dovevano concentrarsi sui muscoli dei propri piedi. Nella seconda dovevano contare i propri passi, quindi il focus restava su di sé, ma diventava più esterno. Nella terza dovevano contare all’indietro secondo la tabellina del tre, quindi portando l’attenzione fuori dal corpo ma mantenenendo la mente concentrata su qualcosa di specifico. Infine, nella quarta sessione, dovevano semplicemente guardare una partita di basket, distraendosi del tutto dalla corsa.

La comparazione dei risultati a livello fisico ed emotivo ha mostrato chiaramente che l’ultima sessione, quella più distratta, dava risultati enormemente migliori rispetto alla prima (l’ascolto del corpo). E non era solo una sensazione: le donne consumavano meno ossigeno e producevano meno acido lattico mentre guardavano la partita di basket. Hanno anche dichiarato ai medici di sentirsi meno sotto sforzo in quella condizione, mentre hanno confermato che accadeva il contrario quando portavano l’attenzione ai muscoli.

(Foto di Quino Al su Unsplash )

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