Come tutti i fenomeni di ampia portata, anche il coronavirus ha cambiato il nostro modo di esprimerci, dando un nuovo significato a parole e frasi di uso comune, e introducendone di nuove. Stefano Bartezzaghi, su Doppiozero.com, ha compilato una raccolta delle voci di questo particolare dizionario. Ne riportiamo un estratto.

abbraccio. “Ti abbraccio”, “un abbraccio”, “un abbraccione”, con la variante distinta di “un forte abbraccio” che è da compagni – sinistra Pd e soprattutto oltre. Persino più del bacio (che è altrettanto sconsigliabile se non di più), l’abbraccio è il simbolo di ciò che affettivamente ci è negato dal virus, segno di quanto costituisse una figura centrale nella –> prossemica (reale o –> enunciata) in vigore nella –> società. Comprensibile perciò la debolezza di chi saluta per iscritto (o addirittura in videocall –> online) e aggiunge la clausola “abbracciamoci anche se non si può”.

“andrà tutto bene”. Il mantra ottimista ha fatto la sua comparsa al Nord, nei primi giorni di preoccupazione, su post-it applicati a portoni e pali della luce e spesso vergati da mani apparentemente infantili o comunque giovani. Poi lo si è letto su striscioni, fuori dagli asili chiusi, come un hashtag panoramico. Poi è stato adottato da qualche adulto. Infine, col peggiorare dell’emergenza, dichiarato a dir poco idiota e anche offensivo. Come sempre i deploratori non hanno distinto fra enunciatori ingenui, il cui ottimismo incondizionato è sempre benedetto, ed enunciatori senzienti e riflessivi, che hanno ragioni per astenersene. Chi deplora espressioni senza far questione della loro provenienza è preda della Sindrome della Cartina Tornasole: se dici così, allora pensi male – chiunque tu sia e per qualsiasi motivo e in qualsiasi circostanza tu dica così.

anziano / vecchio. Le due parole sono comunemente ritenute offensive. “Vecchia” è solo la radio che non funziona; “anziani” sono solo i colleghi pensionati, e neppure tutti, poiché i “prepensionati” sono “ancora giovani” (o anche: “ancora validi”). I termini che si riferiscono con precisione alle età più avanzate non sono mai impiegati direttamente ma sempre con litoti, eufemismi, comparativi, cioè in uno dei modi che consente di esprimere anche il punto di vista di chi parla. “Vecchi” non lo si è più: si è “non più giovani” o “più grandi di” o, con scherzosa e non casuale allusione al politicamente corretto, “diversamente giovani”. Nei cauti tentativi di indicare le categorie a rischio, queste forme di cortesia sono state rese inutili dalla brutalità dei –> numeri (–> sessantacinquenne) e da categorie di evidente allusività, come quella degli “ultranovantenni”.

asintomatico. Il termine articola la più classica opposizione tra sano e malato. In un primo momento ci si è illusi che l’asintomatico fosse innocuo, anche se infetto. Caduta l’illusione, l’asintomatico è divenuto (all’opposto) insidioso anche se sano. Il termine è così divenuto il crisma lessicale dell’invisibilità e intangibilità della minaccia, di cui possiamo essere tanto vittime come adiuvanti, sempre ignari di tutto.

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(Photo by @marjanblan on Unsplash)