Il 25 aprile 1953 gli scienziati James Dewey Watson e Francis Harry Compton Crick pubblicarono un articolo su Nature, in cui presentavano il modello di struttura a doppia elica del DNA. Nonostante lo scetticismo della comunità scientifica, si dovette poi riconoscere che i due avevano compiuto un passo storico per il futuro della scienza. Riportiamo un articolo uscito a febbraio su Rivista Micron.

È il 1953, anno in cui Elisabetta II viene incoronata regina, in cui per la prima volta viene scalato l’Everest; è l’anno dell’assalto alla Caserma Moncada e nelle sale cinematografica si fa la fila per vedere Audrey Hepburn scorrazzare in vespa per le strade di Roma nel film “Vacanze romane”. Ma il 1953 è anche l’anno in cui la rivista Nature pubblica una paginetta col titolo “A structure for Deoxyribose Nucleic Acid” a firma del biologo James Dewey Watson e del fisico Francis Harry Compton Crick che descrive la struttura a elica del DNA e il suo meccanismo di replicazione. Un intervento scarno ed essenziale, una pagina e una illustrazione.

A Structure for Deoxyribose Nucleic Acid, Nature/ 1953

Ma prima di quella pagina c’è una storia da raccontare. Gennaio 1953, James Watson si trova nel suo laboratorio di Cavendish, a Cambridge, quando la porta si apre e fa capolino Maurice Wilkins, del King’s College di Londra. Entrambi erano impegnati a risolvere il complicato puzzle della struttura del DNA e della sua capacità di replicarsi infinite volte.

Geni, genoma ed ereditarietà stavano oramai entrando nel vocabolario comune. Il tempo stringeva, perché nell’ambiente scientifico si era sparsa la voce relativa alla teoria, messa a punto da Linus Pauling e da Robert Corey seconda la quale il DNA era formato da un’elica di tre filamenti con i fosfati in collocazione centrale. Era imminente la pubblicazione ufficiale, con tutti i crismi dell’autorevolezza su una rivista del settore di grande prestigio.

Quel giorno Watson si era appena rintanato tra le mura amiche, reduce da uno scontro con Rosalind Franklin perché reo di essere entrato nel suo laboratorio del King’s senza bussare.

Rosalind, che come sempre era intenta a lavorare su un fotografia presa ai raggi X, lo aveva fulminato con una delle sue proverbiali occhiate.

Rientrato nella sua “tana” al Cavendish, al giovanottone statunitense (che nonostante l’atletica corporatura era sempre a disagio davanti all’altro sesso) si era palesato il collega del Cavendish, superiore in grado alla “poco socievole” ragazza.

I due, Wilkins e Watson, si confortarono a vicenda a proposito dell’intrattabile Rosalind. Anche i rapporti di Wilkins con la giovane ricercatrice non erano proprio idilliaci, nonostante qualche sussurro fosse stato di parere opposto, prospettando addirittura qualche cosa che travalicasse la semplice collaborazione sul lavoro.

Proprio per sostenere la teoria che Rosalind fosse una persona chiusa e gelosa del proprio lavoro, Wilkins tirò fuori una foto (rubata alla Rosalind) che ben presto diventerà la famosa Fotografia 51.

Un gesto semplice ma per gli occhi di Watson rivoluzionario. Watson, al contrario di Wilkins comprese immediatamente il messaggio fondamentale che l’immagine custodiva. La «51» rappresentava la cosiddetta forma B del DNA (l’altra era definita A) e si rivelerà il passaggio crucialeper arrivare a comprendere che la struttura della molecola era un’elica, costituita dalle due forme tra loro intrecciate. Scriverà Watson: «Come vidi la foto rimasi fulminato e sentii che il cuore si era messo a battere forte».

Dopo avere cenato in un locale di Soho, in treno Watson buttò giù sul bordo di un giornale uno schema sulla ipotetica struttura del DNA. Pensava ancora alla triplice catena elicoidale ma, all’atto di entrare in casa, tutto gli apparve più chiaro: le catene erano due. La foto 51 lo diceva chiaramente.

Il 7 marzo del 1953, Watson, insieme a Francis Crick (fisico geniale, di indole mordace e ribelle), suo sodale al Cavendish, realizzarono il primo attendibile modello di DNA, costruito, per ammissione dello stesso Crick, in base ai dati di Rosalind Franklin.

In questa storia c’è una seconda donna. Che non dette contributi scientifici nel senso letterale del termine, ma che probabilmente contribuì a trasformare il DNA nell’icona visiva della biologia molecolare che è diventata. È Odile Speed, moglie di Francis Crick, che rappresentò graficamente il modello proposto dai due scienziati, poco abili nel disegno, a corredo dell’articolo su Nature.

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(Foto di merrycallie su flickr)