Nei giorni scorsi le due sindache di Roma e Torino, Virginia Raggi e Chiara Appendino, hanno espresso delle opinioni molto forti contro lo strumento delle quote rosa. La prima, intervenendo in apertura convegno organizzato a Roma dal titolo “Women’s international networking”, ha detto che «In Italia noi abbiamo un problema grande che è l’affermazione della donna in ambito politico e aziendale, ad esempio, e nella maggior parte dei casi la risposta è legata e relegata a quelle che si chiamano “quote rosa”. […] Io credo che la parità di genere vada promossa nella società, ma questa promozione attraverso una quota fissa credo sia un modo superficiale che non aiuta ad affrontare il problema reale». Appendino è invece intervenuta durante un incontro organizzato a Torino intitolato “Women, We Can”, e in merito alle quote rosa ha detto che «Sono lo strumento e non l’obiettivo e il modello ideale a cui tendere è quello senza quote rosa, intese come obbligo e senza distinzioni di genere. Con l’obiettivo che si parli di leadership non più distinta fra femminile e maschile, questa è la grande sfida».

Come si può vedere, la posizione della sindaca di Torino è molto più equilibrata ed entra nel merito della questione con maggiore cautela. Se infatti probabilmente siamo tutti d’accordo nel dire che le quote rosa non siano la soluzione a un problema di sottorappresentazione delle donne negli ambienti politici e aziendali (e in molti altri campi della società), bisogna fare attenzione a liquidare tale strumento con troppa fretta. Commentando in passato un documentario di Michael Moore, scrivevamo come funzionano le cose in Islanda per quanto riguarda la composizione dei consigli di amministrazione di aziende e banche. Da quelle parti, in ogni Cda il rapporto non deve mai andare oltre il 60/40, a prescindere dal genere. Invece di inseguire una parità numerica che rischia di tradire i meriti reali, si cerca di raggiungere un equilibrio che non crei mai un rapporto di minoranza né in un senso né nell’altro (se a un certo punto le donne dovessero andare oltre il 60 per cento, la correzione si applicherebbe in favore degli uomini, per portarli almeno al 40 per cento).

Sono percentuali arbitrarie e opinabili, certo, ma partono dall’osservazione della realtà, e dal fatto che normalmente le condizioni affinché si verifichi una parità (non numerica, ma di opportunità), nelle società attuali non si sviluppano da sole. Essendo un fatto acclarato (e costantemente monitorato attraverso studi periodici) che le donne continuano a subire una serie di discriminazioni (non generiche, ma “in-quanto-donne”) che impediscono loro di raggiungere una piena realizzazione, allora l’idea di introdurre dei correttivi che alterano la realtà per garantire loro una certa rappresentazione non sono un’idea da rifiutare. Siamo d’accordo con Appendino quando dice che le quote rosa sono lo strumento e non l’obiettivo. Ma visto che quest’ultimo è ancora lontano, ben venga una misura che può favorirne il raggiungimento.

Forse l’efficacia delle quote rosa è usurata anche dalle continue polemiche di cui sono al centro ma, finché non ci sarà un’idea migliore, la nostra opinione è che vadano preservate. Del resto la legge che ha introdotto le quote rosa in Italia (la 120 del 2011) fa sua l’idea che si tratti di una misura temporanea, visto che «La quota è fissata per il primo rinnovo pari al 20 per cento e per i successivi due al 33 per cento. Si tratta di una misura temporanea, le quote sono obbligatorie solo per tre mandati. L’idea sottostante è che sia necessaria una misura choc, per rompere un equilibrio consolidato in cui i consigli di amministrazione erano quasi esclusivamente maschili», spiega su Lavoce.info Paola Profeta, coordinatrice di Dondena Gender Initiative presso l’università Bocconi.

Secondo una ricerca del Centro Dondena, dal titolo “Gender quotas: Challenging the Boards, Performance and the Stock Market”, «Analizzando i 4627 curriculum vitae dei consiglieri e sindaci delle 245 società quotate italiane nel periodo 2007-2014, si identifica un rinnovamento complessivo dei consigli causato dalle quote, con un significativo aumento dell’istruzione (laurea e post-laurea) e una riduzione dell’età dei membri. […] L’analisi sulle caratteristiche dei membri entranti, uscenti e confermati permette di legare l’introduzione delle quote a un miglioramento nel meccanismo di selezione: i nuovi membri sono “migliori” degli uscenti». Per quanto riguarda la politica, un confronto tra Comuni in cui si è votato con e senza quote rosa ha registrato «un aumento della qualità dei politici eletti (uomini compresi) dovuto alla presenza delle quote». Dunque le quote rosa possono non piacere (meglio sarebbe chiamarle quote di genere, per non determinare una discriminazione già nel nome), non piacciono neanche a noi, ma finché non saranno superate è bene che continuino a esistere.

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