È impossibile essere esperti di tutto. Spesso però anche coloro che ci aspettiamo lo siano (per esempio i politici) non ne sanno molto di più del “cittadino comune”. Spesso siamo quindi portati a fidarci di coloro che confermano ciò che già pensiamo, anche quando ciò che dicono contraddice una serie di conoscenze acquisite. Pubblichiamo una riflessione in merito dello psicoanalista Sergio Benvenuto, uscita su Doppiozero.com.

Una mia amica molto colta mi chiese di firmare una petizione contro il Jobs Act quando non era ancora diventato legge. Le chiesi: “Ma tu hai letto il Jobs Act?” No. “Nemmeno io l’ho letto, e per questa ragione non firmo. Ma tu come fai a essere sicura che il Jobs Act è schifoso?” Alcuni amici di cui si fida la avevano convinta. Ma io avevo sentito anche l’altra campana: altri amici che se ne intendono erano favorevoli al Jobs Act. Del resto, non avrei firmato nemmeno una petizione a favore del Jobs Act. Sarò all’antica, ma io non prendo posizione su cose che non conosco bene.

Questo scambio di battute mette a nudo un problema cruciale della democrazia: il fatto che tutti, in quanto cittadini, siamo chiamati a esprimere giudizi su cose che non conosciamo o non capiamo. È vero, avrei potuto leggere il Jobs Act, magari con l’aiuto di amici esperti di cose economiche e sindacali. E poi mi sarei potuto informare a fondo sulla Buona Scuola, intervistando molti insegnanti. E poi avrei potuto approfondire la questione complessa dei voucher… Ma quanto tempo avrei dovuto dedicare per farmi un’opinione competente su ciascuna di queste tematiche? Forse mesi di studio. Non avrei trovato il tempo, faccio un altro mestiere. A meno che non si sia specialisti di un campo, capire veramente il senso di certe misure politiche implica un investimento di tempo che nessuno di noi si può permettere.

È un tipico ritornello di chi pensa a sinistra dire che le questioni spacciate come tecniche sono in realtà scelte politiche. È vero. Ma è vero anche il contrario: che tutte le scelte politiche sono anche questioni tecniche. In fondo, siamo in grado di decidere facilmente solo su questioni che la destra chiama bioetiche e la sinistra chiama biopolitiche: se ammettere o meno il divorzio, o l’aborto, se praticare l’eutanasia, se ammettere il matrimonio tra gay e lesbiche, se far passare lo ius soli, e simili. Su questioni che hanno a che fare con la nascita, il corpo, la morte e il sesso. Per decidere su queste cose non c’è bisogno di esperti, perché sono scelte squisitamente etiche. Ma sulle altre occorre avere un sapere. E siccome non lo si ha, si giudicano misure molto complesse, come appunto il Jobs Act, come se fosse una scelta pro o contro l’aborto.

Oppure ci affidiamo così a esperti “della nostra parte”, i soli che veramente ascoltiamo. Così come leggiamo solo il giornale che la pensa come noi, o guardiamo solo i canali televisivi che la pensano come noi, analogamente ascoltiamo solo gli esperti che la pensano come noi. La mia amica detesta Renzi, ragion per cui sul Jobs Act dà credito agli “esperti” anti-renziani.

Una delle ragioni fondamentali della democrazia rappresentativa, che chiamerei indiretta – per distinguerla dalla democrazia diretta decantata da Grillo e Casaleggio – è proprio il fatto che, nelle nostre società complesse, ci è impossibile capire fino a fondo tutti i problemi su cui si chiede la nostra opinione se non altro come elettori. Non abbiamo abbastanza tempo per studiarli. Eleggiamo dei parlamentari ben pagati perché si dedichino a tempo pieno a studiare i vari problemi politici. Questo almeno in teoria. Purtroppo, ho l’impressione che la maggior parte dei nostri deputati accumulino una competenza soprattutto sul gioco politico, che insomma il loro sapere sia auto-referenziale.

Posso dire questo perché, essendo stato per molti anni redattore del mensile Mondoperaio del partito socialista, ho potuto conoscere molti politici. E mi ha colpito il fatto che, a parte le beghe politiche da corridoio, in fondo i politici in vista sulle questioni importanti non ne sapessero più di quanto non ne sapessi io leggendo i giornali. Alcuni certo erano meglio informati degli altri, più seri, ma non erano in possesso di alcun sapere segreto, per dir così. Pietro Nenni raccontava che quando divenne ministro per la prima volta, si disse «adesso finalmente entro nella stanza dei bottoni!». Dopo un po’ si rese conto che non c’era alcuna stanza dei bottoni. Anche io pensavo allora: «Ora finalmente conoscerò persone che mi diranno come sono fatti i bottoni«. Ma poi capii che non ci sono bottoni.

Il tutto poi è complicato dal fatto che su molte questioni gli esperti sono divisi proprio come i politici e la gente comune.

Il fatto che gli economisti, ad esempio, si schierino per soluzioni opposte, ci dà la libertà di credere agli economisti che ci danno ragione. Si pensi alla questione dell’austerity europea: alcuni economisti premi Nobel la attaccano, altri economisti premi Nobel la difendono. Quasi tutti in Italia siamo convinti che l’austerity ci sia stata imposta dalla Germania e dai paesi nordici perché loro hanno i conti a posto e noi no. Siamo convinti che l’austerity è sbagliata perché non ci fa comodo, tutti preferiamo una politica keynesiana in cui lo stato si indebiti per promuovere la crescita economica. Ma si dà il caso che lo stato spenda senza riuscire a creare vera crescita economica: il risultato è che indebita fino al collo le prossime generazioni.

Ci sono invece questioni su cui la comunità scientifica è sostanzialmente concorde. Ma questo non basta affatto per chi la pensa in un certo modo. Il caso più clamoroso è quello del riscaldamento globale. Quando Trump dice che è una bufala e che si fa bene a usare il carbone, evidentemente si mette contro la grande maggioranza degli esperti. Se una tesi non ci piace, ricorriamo anche a teorie complottiste: «Le sinistre vogliono farci credere che certa industria inquina. Gli scienziati sono al loro soldo». Quando siamo convinti di qualcosa, non ce ne importa nulla del parere della comunità scientifica. E questo vale per la sinistra come per la destra. Ad esempio, non importa nulla che quasi tutti gli scienziati smentiscano l’astrologia e l’omeopatia: continueremo a leggere oroscopi e a curare il nostro cane con pillole omeopatiche.

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