di Federico Caruso

Nonostante non siano disponibili dati a sostegno della tesi secondo cui il problema delle fake news avrebbe raggiunto livelli tali da “mettere in pericolo le democrazie”, se ne fa un gran parlare un po’ ovunque, e in Italia siamo addirittura arrivati a predisporre un red button per segnalarle direttamente alla polizia. Ieri sono stati pubblicati i risultati di una ricerca che potrebbe offrire qualche dato in più (e qualche certezza in meno) alla discussione. Il lavoro in questione (che si può leggere qui) si intitola “Misurare la portata delle fake news e della disinformazione online in Europa”, ed è stato realizzato dai ricercatori Richard Fletcher, Alessio Cornia, Lucas Graves, and Rasmus Kleis Nielsen, per il Reuters Institute for the Study of Journalism.

Una delle conclusioni degli autori è che, «con la parziale eccezione degli Stati Uniti, ci mancano perfino le più basilari informazioni per dare una misura del problema più o meno in ogni Paese». Nonostante per molti politici sia già chiaro che l’impatto delle fake news nel dibattito pubblico abbia già raggiunto livelli allarmistici, in realtà queste dichiarazioni non hanno alcuna base, e poggiano unicamente su una “percezione diffusa”, che non è detto sia il filtro migliore attraverso cui interpretare (e raccontare) la realtà. Non è questa l’unica conclusione della ricerca, che anzi offre numerosi spunti per conoscere meglio qual è il reale volume di traffico dei siti classificati come “produttori di fake news”, in rapporto a quello dei siti d’informazione più autorevoli. La ricerca è interessante anche perché, lungi dal voler essere esaustiva, si concentra su due Paesi: Francia e Italia. I ricercatori sono partiti da un campione di circa 300 siti internet di fake news (selezionandoli da una lista stilata da fact-checkers indipendenti), per poi ridurre ulteriormente l’elenco a una ventina di siti (quelli da cui transita più traffico) per Paese.

Secondo le rilevazioni fatte, «nessuno dei siti di fake news considerati ha superato la media mensile del 3,5 per cento delle visite nel 2017. La maggior parte si è fermato sotto l’1 per cento della popolazione online, sia in Francia che in Italia. Per fare un confronto, i siti più popolari in Francia (Le Figaro) e in Italia (La Repubblica) hanno raggiunto mensilmente in media il 22,3 e il 50,9 per cento degli utenti, rispettivamente». Come appare evidente, si tratta di numeri non comparabili. Il discorso si fa leggermente (ma non sostanzialmente) diverso per quanto riguarda la condivisione su Facebook delle notizie provenienti da siti verificati e da siti di “bufale”. Se infatti, nella maggior parte dei casi, i siti di fake news non hanno generato nemmeno lontanamente un numero di visualizzazioni Facebook paragonabile a quello dei siti più attendibili, qualche eccezione si registra nel caso di singole storie. «Il livello di interazioni su Facebook (definite come il numero totale di commenti, condivisioni e “reactions”) generato da un piccolo gruppo di generatori di notizie false ha raggiunto o superato quello prodotto dalle testate più popolari». Si tratta di eccezioni, sia chiaro, mentre nella grande maggioranza dei casi i numeri restano decisamente a favore dei siti di notizie più autorevoli. Un altro dato interessante emerso dalla ricerca ci porta a non immaginare gli utenti come divisi in due schieramenti ben distinti.

C’è spesso una sovrapposizione tra chi visita siti non attendibili e chi quelli della stampa accreditata. Questo accade soprattutto in Italia, dove «per esempio, a ottobre 2017 il 62,2 per cento degli utenti di Retenews24 (classificato tra i siti di “bufale”) hanno visitato anche il sito del Corriere della Sera, e il 52,3 per cento quello di Repubblica». Un comportamento che fa sorgere qualche interrogativo sulla reale capacità degli utenti italiani di operare una netta distinzione tra la stampa generata da professionisti (per quanto non sempre impeccabile) e siti che invece agiscono con l’intento di diffondere falsità. La conclusione degli autori è tutto sommato positiva: in Italia e in Francia, così come negli Usa, «la nostra analisi dei dati disponibili suggerisce che le notizie false abbiano una diffusione più limitata di quanto si creda».

Come tutti gli studi di questo tipo, neanche questo è esente da limiti dovuti alla selezione dei criteri e del materiale analizzato. Restano fuori dalle rilevazioni i vari “meme” e altri messaggi diffusi direttamente dagli utenti sul loro profilo senza riportare link esterni, oppure tramite messaggi diretti ai loro contatti, “con preghiera di diffusione”. Una delle preoccupazioni dei ricercatori riguarda in particolare l’Italia, dove, scrivono, «alcuni attori politici sono ampiamente considerati come importanti produttori e distributori di disinformazione». Non c’è scampo, ci facciamo sempre riconoscere.

(Foto di +Simple su Unsplash)