Le scelte dei governi d’Europa e del mondo nel contenimento della pandemia di coronavirus hanno un doppio risvolto, sanitario e politico. Da un lato ci sono i consigli degli scienziati, dall’altro le valutazioni che la politica deve fare nel suo perseguire un’idea più generale di bene comune. Bisogna fare i conti anche con le conseguenze economiche e sociali che ogni scelta porta con sé. In ogni caso, nessuna politica di contenimento (più o meno “severa” dal punto di vista delle chiusure e delle regole per la popolazione) è possibile se alla base mancano trasparenza e fiducia. La prima è necessaria per far capire alle persone da quali dati e considerazioni arrivano le scelte fatte; la seconda è necessaria affinché le persone accettino pesanti sacrifici oggi, in vista di un maggior benessere collettivo domani. Ogni scelta, in una situazione del genere, comporta dei costi.

Le lezioni di Svezia e Stati Uniti

In Europa molti paesi, tra cui l’Italia, hanno adottate misure molto drastiche per contenere il virus. Alcuni, come la Svezia, hanno optato per misure più blande, affidandosi alla responsabilità collettiva dei cittadini, senza imporre chiusure forzate e pesanti limiti alle attività di socializzazione. L’intento era salvare l’economia nazionale dalle conseguenze del lockdown, ma sembra che la scelta non abbia pagato. Molte attività produttive si sono comunque dovute fermare a causa della mancanza di materie prime e servizi prodotti da paesi che erano in lockdown. L’esempio svedese ha dimostrato due cose: 1. che il mondo è talmente interconnesso che le scelte del singolo paese, più o meno “giuste”, non possono prescindere da ciò che fanno gli altri; 2. come conseguenza, l’importanza di dialogare tra paesi e arrivare per quanto possibile a decisioni concertate, in modo che le conseguenze di ogni scelta siano valutate sapendo ciò che gli altri hanno in mente di fare. Quello che sta accadendo negli Stati Uniti, invece, suggerisce un’altra cosa: se si mette in atto un lockdown, non bisogna avere fretta di rimuoverlo. Come dimostrano infatti i dati degli stati che per primi hanno deciso di rimuovere le misure di contenimento, come la Florida (ma non è l’unico caso), il numero di infetti sta aumentando a livelli mai visti (si è arrivati a oltre 15 mila nuovi casi registrati in un giorno, in uno stato che conta 20 milioni di abitanti). Le rigide imposizioni del lockdown hanno effetto se le si mantiene per un certo periodo di tempo, necessario affinché la curva dei contagi scenda. Se lo si toglie troppo presto, la curva risale rapidamente, e nel frattempo si dovranno comunque affrontare i grossi danni all’economia che una chiusura generalizzata comporta.

Il rapporto tra politica e scienza

Ogni Stato ha dovuto affrontare una tensione tra le indicazioni della comunità scientifica e le valutazioni ad ampio spettro dei governi. In molti casi, come fa notare Leonor Sierra in un articolo su VoxEurop, il dibattito si è appiattito su una contrapposizione tra chi sosteneva che alcuni governi avrebbero “ignorato la scienza”, mentre questi giustificavano le proprie scelte dicendo di “aver seguito la scienza”. «Questo mostra una visione caricaturale di ciò che è la scienza e del ruolo che gli scienziati svolgono e dovrebbero svolgere in una crisi di salute pubblica come quella che stiamo vivendo», spiega Sierra, che prosegue: «I governi hanno bisogno di ascoltare una vasta gamma di esperti, da epidemiologi e virologi a psicologi ed economisti. Gli scienziati devono aiutarli a valutare lo stato sempre mutevole di ciò che conosciamo in qualsiasi momento, a comprendere le incertezze in gioco e a offrire potenziali soluzioni a questi problemi. Ma per un problema complesso come questo non ci sarà una risposta semplice e diretta. Spetta ai responsabili politici prendere queste decisioni e guidare i loro cittadini attraverso la crisi». Ciò che è mancato in questo processo, è uno degli elementi di cui si parlava all’inizio: la trasparenza nell’iter decisionale. «La mancanza di trasparenza e di chiarezza su quali consigli scientifici sono stati forniti a un dato governo e su quale decisione il governo ha poi preso non solo pone un problema di responsabilità. Danneggia anche la fiducia dei cittadini nelle decisioni stesse. Senza questa fiducia, sarà più difficile coinvolgere i cittadini nel sostenere le decisioni e quindi attuare le conseguenti politiche». È un problema su cui bisogna interrogarsi, e non solo pensando al recente passato, bensì anche al prossimo futuro. Non è detto infatti che non torneranno nuove “ondate” di diffusione del virus anche in luoghi dove al momento l’epidemia è sotto controllo. E allora sarà necessario avere la fiducia dei cittadini per imporre nuove misure di contenimento a una popolazione che in molti casi ha vissuto settimane di totale isolamento e ne sta affrontando le conseguenze economiche e sociali. Gli effetti di questo potrebbero essere molti e molto concreti: «La fiducia si sta già esaurendo in molti paesi europei nei confronti dei loro governi. […] Un esempio dell’impatto che questo potrebbe avere è che molti temono che la sfiducia possa spingere parte della popolazione a non voler essere vaccinata una volta che verrà messo a punto il vaccino contro il Covid-19, e che, se questa percentuale dovesse diventare elevata, verrebbero messi seriamente a repentaglio gli sforzi per limitare la diffusione del virus».

(Foto di Volodymyr Hryshchenko su Unsplash)