Con lo scioglimento delle Camere da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, siamo entrati ufficialmente in campagna elettorale. Aspettiamoci quindi annunci e proposte, più o meno fantasiose, con cadenza quotidiana da parte di ogni forza politica. Alcune sono già arrivate, per la verità: proviamo a vedere qual è la loro fondatezza.

La prima di cui parliamo è la proposta di introdurre un’unica imposta sui redditi, la cosiddetta flat tax, stabilita nel programma della coalizione del centrodestra al 15 per cento. La proposta è molto semplice, e consiste nel fissare un’unica aliquota sui redditi, abolendo gli attuali scaglioni ad aliquote progressive. L’obiettivo sarebbe duplice: da un lato ridurre la pressione fiscale sui cittadini (visto che il 15 per cento è un’aliquota piuttosto bassa), dall’altro semplificare il sistema fiscale. Ci sarebbe poi un terzo obiettivo indiretto (che diventa anche un elemento decisivo per garantire la fattibilità dell’operazione: la netta riduzione dell’evasione fiscale.

Il ragionamento proposto dal centrodestra è infatti che, nel momento in cui dovesse diventare “conveniente” pagare le tasse, anche chi attualmente tende a evaderle sarebbe portato a rientrare nella legalità. Questa previsione (difficile da verificare e misurare), nella proposta elettorale, basterebbe da sola a garantire le coperture necessarie per la riforma. C’è chi ha osservato come sia fin troppo ottimistico sostenere quest’ultima tesi, visto che l’imposta su cui si applicherebbe la flat tax, cioè l’Irpef, è tra le meno evase in Italia. Questo perché per tutti coloro che hanno un contratto di lavoro da dipendenti, o per i pensionati, le trattenute vengono sottratte direttamente in busta paga dal datore di lavoro, dunque è molto difficile per il cittadino evaderle. Il problema dell’evasione è molto più spostato sull’Iva, sulla quale la flat tax non avrebbe invece alcuna influenza.

Altri hanno osservato che l’uniformazione di tutti gli scaglioni a un’unica aliquota determinerebbe il venir meno della progressività del sistema fiscale promossa dalla Costituzione. In un fact-checking de Lavoce.info si fa però notare come questa possa essere ottenuta anche per altre vie: «Grazie alla deduzione o detrazione infatti anche un sistema ad aliquota unica può in linea di principio riuscire a ottenerla, dal momento che uno sconto fiscale di importo fisso pesa relativamente di più su un reddito basso che su uno più alto. Con deduzioni di importo sufficientemente elevato, il sistema potrebbe infatti garantire che all’aumentare della base imponibile il debito di imposta (cioè ciò che è dovuto al fisco) cresca più che proporzionalmente. E cioè che, in gergo tecnico, l’aliquota marginale sia maggiore dell’aliquota media». Certo l’introduzione di un’unica aliquota, “corretta” poi con un meccanismo di deduzioni, sarebbe in contrasto con l’idea di semplificazione che la proposta di flat tax implica. In conclusione, non è molto chiaro quale potrebbe essere l’impatto (e la sostenibilità) di questa misura, anche perché le realtà più note in cui essa è stata applicata (Russia, Lettonia, Lituania, Serbia, Ucraina, Georgia e Romania) non forniscono dati utili a un confronto con la realtà del nostro Paese.

L’altra proposta di questi giorni è quella di Pietro Grasso, attuale presidente del Senato e a capo della nuova formazione politica Liberi e Uguali, di abolire del tutto le tasse universitarie. Su questo ci è utile un approfondimento di ValigiaBlu, dove si evidenzia che il problema è reale, visto che «Secondo i dati forniti dall’Ocse nel 2017, per quanto riguarda l’anno accademico 2014-2015, l’Italia è stata uno degli Stati europei con le tasse universitarie più alte, dopo il Regno Unito (esclusa la Scozia), i Paesi Bassi e la Spagna. Secondo Eurydice, che ha pubblicato un rapporto su tassazione e sostegno finanziario allo studio in Europa, «l’Italia è tra i paesi con le percentuali più alte di studenti che pagano le tasse (poco più del 90 per cento), il più basso numero di borse di studio erogate (il 9 per cento riesce ad averne diritto) e con le tasse universitarie più alte, tra i mille e i 3mila euro l’anno. I dati si riferiscono al periodo 2016/2017 e probabilmente, scrive Alessia Tripodi su Il Sole 24 Ore, “non registrano per il nostro paese gli effetti della no tax area'”». Quest’utimo è un provvedimento in vigore dalla scora manovra finanziaria, che prevedeva l’esenzione delle tasse universitarie per gli studenti con Isee inferiore ai 13mila euro, e una riduzione per chi si situa tra i 13mila e i 30mila. Secondo le stime del governo la misura avrebbe riguardato il 65 per cento degli studenti.

La proposta di Grasso tocca dunque un punto importante del quadro italiano, ma forse “arriva tardi” rispetto alle esenzioni già in vigore. È evidente infatti che, se per i redditi medio-bassi queste sono già previste, con un’abolizione per tutti si finirebbe per favorire chi oggi paga la retta piena, ossia le famiglie più ricche.