«Perché in tutto il mondo i diritti televisivi costano miliardi, mentre in Italia le frequenze sono come i biglietti dei vip: omaggio?». Partiamo da questa provocazione di Massimo Gramellini pubblicata nella sua rubrica su la Stampa dell’8 dicembre per rimbalzare la domanda alla politica. In Parlamento siedono ancora coloro che hanno instaurato la situazione denunciata da Gramellini, mentre chi ha sostituito il precedente governo per il momento prende tempo sulla questione: «È un dossier delicato. Stiamo approfondendo», si è limitato a dichiarare il ministro allo Sviluppo economico Corrado Passera.

Attualmente, il sistema italiano di assegnazione delle frequenze televisive non funziona con una vera e propria asta pubblica, in cui il miglior offerente si aggiudica la possibilità di trasmettere. Il precedente governo, per volontà dell’allora ministro allo Sviluppo economico, Paolo Romani, stabilì di aggiudicare tramite un beauty contest l’assegnazione delle frequenze televisive, invece di procedere a una normale e regolare asta competitiva. In sostanza, proprio come in un concorso di bellezza, l’assegnazione (meglio: il premio) viene dato al gruppo che si presenta come il più qualificato. Niente offerte in denaro quindi, solo garanzie.

Questo sistema, di fatto, esclude dalla competizione molti operatori, spianando la strada al duopolio che ha dominato l’era della tivù analogica: quello di Rai e Mediaset. L’altro attore che poteva inserirsi tra i due contendenti, Sky, si è tirato indietro a fine novembre, a causa delle regole ritenute discutibili e alle lungaggini del processo complessivo. Restano quindi in gara, oltre ai due nomi noti, Telecom Italia Media, 3 Italia, Prima Tv, Europa 7 e Canale Italia. Quindi, oltre a non incassare nulla dall’operazione (le stime dei possibili introiti per lo Stato da una gara vera e propria oscillano tra i due e quattro miliardi di euro), non si ottiene quell’apertura del mercato auspicata dall’Unione Europea.

E al di là di ciò che vorrebbe Bruxelles, è un passo che darebbe senso alla nascita dell’era digitale: se si moltiplicano i canali, sarebbe bello che aumentassero in proporzione anche i soggetti che si occupano di trasmettere. Peraltro, chi attualmente detiene le concessioni per le trasmissioni versa all’Erario un canone annuo dell’un per cento del fatturato. Sarebbe forse il caso di rinegoziare al rialzo questa aliquota ora che la manovra finanziaria è in corso di approvazione.

Inoltre, fa notare il Fatto Quotidiano, questo sistema fa sì che aziende che hanno ottenuto gratuitamente le frequenze godano di una rendita di posizione, causata dal fatto che chi detiene le concessioni ne affitta l’utilizzo ai produttori di contenuti. «Grazie a queste rendite garantite da un bene pubblico, le società riequilibrano le perdite che realizzano quando fanno gli editori di contenuti in proprio. La7 ha coperto le perdite dovute agli ascolti bassi dei suoi programmi con l’affitto dei canali eccedenti a Dahlia. E lo stesso ha fatto Repubblica Tv con Mediaset [Premium]. Quando si metterà mano al problema delle frequenze televisive bisognerà far pagare le nuove assegnazioni ma imporre anche un sacrificio a chi realizza proventi milionari grazie alle frequenze dello Stato».

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