Si è svolto a Bologna l’11 e 12 giugno il G7 Ambiente, ossia la riunione dei sette ministri dell’Ambiente dei Paesi membri più due commissari dell’Unione europea. L’incontro è stato valutato in maniera molto diversa dai commentatori, alcuni l’hanno celebrato come un successo, per altri si è trattato di una chiacchierata che cambierà poco gli equilibri.

Le questioni principali riportate dai giornali hanno riguardato principalmente due cose. Innanzitutto la partenza anticipata del rappresentante degli Stati Uniti, Scott Pruit, noto per le sue posizioni negazioniste in merito al riscaldamento globale e per aver dato un contributo fondamentale nella decisione degli Usa di abbandonare l’accordo di Parigi. Pruit è ripartito nel pomeriggio di domenica 11 giugno, poche ore dopo la cerimonia di apertura, a quanto pare per un appuntamento già fissato col presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Un gesto che ha colpito negativamente alcuni dei partecipanti ma che, secondo il ministro dell’Ambiente italiano, Gian Luca Galletti, non ha inficiato la buona riuscita del vertice.

L’altra questione sottolineata da chi ha seguito il G7 Ambiente è stata la sottoscrizione di un nuovo accordo, che ribadisce gli impegni presi a Parigi e afferma di volere ulteriormente ampliare le politiche ambientali, su vari livelli. Tutti i partecipanti (Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e la Commissione europea, ma non gli Usa) «riaffermano un forte impegno per una rapida ed effettiva implementazione dell’Accordo di Parigi, che rimane lo strumento globale per un efficace e urgente contrasto dei mutamenti climatici e per l’adattamento ai loro effetti e sono d’accordo nel considerare l’Accordo di Parigi come irreversibile e sul fatto che la sua piena integrità è cruciale per la sicurezza e la prosperità del nostro pianeta, delle nostre società, delle nostre economie. Le nostre azioni continueranno ad essere ispirate e guidate dal crescente slancio globale per contrastare i mutamenti climatici ed accelerare l’irreversibile transizione verso economie a basso tasso di carbonio, resilienti ed efficienti nell’uso delle risorse».

C’è invece chi, come Edo Ronchi (presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e ministro dell’Ambiente dal 1996 al 2000), sostiene che gli impegni presi a Parigi siano il minimo indispensabile per cominciare a parlare di contenimento del riscaldamento globale, ma che siano necessarie ulteriori riduzioni delle emissioni da qui ai prossimi anni per scongiurare il punto di non ritorno dell’aumento di 2 gradi centigradi rispetto all’era preindustriale. «Per tenere una traiettoria sotto i 2°C – sempre secondo l’Unep – occorrerebbe invece ridurre le emissioni mondiali di gas serra fino ad almeno 41,8 GtCO2eq, con un taglio di circa 11,6 GtCO2eq. Per applicare l’Accordo di Parigi, i Paesi dovrebbero quindi ridurre le loro emissioni al 2030, mediamente, almeno di un ulteriore 20 per cento rispetto agli impegni già presi. La defezione del presidente Trump – soprattutto se dovesse durare solo un mandato, fino a novembre del 2020 – non avrebbe un peso quantitativo decisivo, se fosse riferito solo al venir meno degli impegni di riduzione presi dalla precedente Amministrazione (secondo i dati dell’Epa tali impegni comportavano di scendere da 5,8 GtCO2eq del 2015 a 4,8 al 2025). Potrebbe, tuttavia, avere un enorme peso politico mettendo a rischio il principale risultato acquisito a Parigi: l’accordo solidale di tutti i principali Paesi, grandi emettitori, che accoglie e rafforza la spinta mondiale verso una green economy».

Secondo il Comitato scientifico del Wwf, che ha pubblicato un appello rivolto al G7 Ambiente, l’Italia non sta avendo un ruolo positivo nel raggiungimento di questi importanti obiettivi, perché le emissioni stanno aumentando più di quanto la recente e modesta ripresa del Pil possa giustificare: «Gli ultimi scenari per l’Italia, seguendo quelli dell’ultimo rapporto dell’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change), prevedono incrementi della temperatura media che si collocano per fine secolo e per l’intero territorio nazionale nell’intervallo di 3-6°C rispetto ai valori attuali. Si sta verificando un incremento della temperatura senza precedenti con un calo delle precipitazioni medie annuali, con estati in generale più secche, ed inverni più umidi, in particolare nelle regioni settentrionali. In generale nel nostro territorio stanno aumentando frequenza ed intensità di eventi estremi e per l’ultimo trentennio del XXI secolo è atteso un aumento dei periodi aridi, caratterizzati cioè da giornate consecutive senza precipitazioni e un aumento, in alcune aree, di eventi di intensa precipitazione (piove meno ma con più intensità). Su un territorio complesso e fragile come quello italiano, questi fenomeni possono portare ad una sostanziale variazione della frequenza e delle entità di frane, alluvioni e magre dei fiumi, con effetti importanti per l’assetto territoriale e i regimi idrici».

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