Lo storico George L. Mosse vedeva nel razzismo, nel nazionalismo e nell’antisemitismo degli strumenti di attrazione per le masse nei momenti di crisi. L’attualità della sua lezione in un articolo di Emilio Gentile per la Domenica del Sole 24 Ore di ieri, di cui riportiamo un estratto.

A Berlino, nel 1932. Un ragazzo di quattordici anni uscì da casa all’insaputa dei genitori per andare vedere un’adunata del partito nazionalsocialista. Si trovò subito immerso nello spettacolo multicolore di bandiere agitate da una folla di giovani militi in camicia bruna, che cantavano inni esaltanti la grande Germania. Poi apparve Hitler. Sessanta anni dopo, diventato storico famoso, il ragazzo di allora ricordava in una intervista: «Ancora oggi devo ammetterlo: fu un’esperienza trascinante. C’era la massa che ti coinvolgeva. Ma c’era Hitler. Il suo carisma esercitava un effetto straordinario sulla gente, che lo volesse o no. Hitler era una vera attrazione». Nella Germania del 1932, non era evento eccezionale un ragazzo affascinato da Hitler in una adunata nazista. Ma lo rendeva eccezionale il fatto che il ragazzo, Gerhard Lachmann Mosse [che poi avrebbe cambiato nome in George], nato a Berlino il 20 settembre 1918, era il rampollo più giovane di una ricchissima e molto influente famiglia di ebrei tedeschi. […]

Quando morì, il 22 gennaio 1999, Mosse era diventato da qualche decennio uno storico di fama internazionale per la rivoluzione storiografica compiuta con i suoi studi sulla cultura e la politica di massa del nazismo, sulla interpretazione del fascismo come fenomeno rivoluzionario, sulla storia del nazionalismo, dell’antisemitismo e del razzismo, da lui considerati potenti movimenti di attrazione per le masse nei periodi di grave crisi. L’originalità del suo metodo e delle sue ricerche consisteva principalmente nella capacità di indagare storicamente «il fascino del persecutore», come lo abbiamo definito, cioè le passioni, le idee e i miti del nazismo e del nazionalismo rivoluzionario razzista e antisemita, che produssero il genocidio degli ebrei.

Da storico, Mosse asseriva «la necessità dell’empatia anche con coloro che giudichiamo malvagi e pericolosi», perché solo così è possibile comprendere, con l’esercizio della mente critica, l’origine e i motivi della loro malvagità. In epoca di sconvolgimenti, è concetto fondamentale della sua analisi, la maggior parte delle persone cerca «riparo in un saldo sistema di credenze o in una concreta identità, malgrado tutta la violenza e lo spargimento di sangue che rischiano di seguirne». Fino all’Olocausto. Nell’autobiografia Di fronte alla storia (Laterza 2004), Mosse ha scritto di aver sempre avuto la «vivida sensazione di essere un sopravvissuto»; per questo motivo ha «costantemente cercato di capire un evento troppo mostruoso da contemplare», di «trovare la risposta al problema di come sia potuto avvenire».

La catastrofe dell’Olocausto è una presenza latente in tutti gli studi di Mosse sulla cultura occidentale, campo principale delle sue ricerche, perché «in una catastrofe del genere si riflettono le tendenze principali della cultura contemporanea; essa è come un prisma, o meglio, come uno specchio deformante che restituisce, malvagiamente manipolate, molte delle molle che animano gli esseri umani»; alla fine, «ho avuto la sensazione di essermi avvicinato a una comprensione dell’Olocausto come fenomeno storico». A tale comprensione Mosse era giunto studiando anche fenomeni non collegati direttamente all’Olocausto, come le relazioni fra sessualità e nazionalismo, gli stereotipi della mascolinità, gli stereotipi contro gli outsiders, i diversi e gli estranei, capri espiatori di masse in cerca di sicurezza in una comunità chiusa nella presunta identità immutabile della nazione e della razza. Mosse aveva vissuto personalmente l’esperienza dell’outsider, costretto per anni a mascherare o a celare la condizione di ebreo e di omosessuale.

La conoscenza della storia e l’esperienza personale lo resero particolarmente acuto nell’osservazione dei movimenti nazionalisti che conquistano le masse alimentando pregiudizi contro i diversi, gli estranei, gli stranieri. Nell’esordio del suo libro più noto e influente, La nazionalizzazione delle masse (il Mulino 1975), Mosse ha definito la sua opera «il frutto di lunghe meditazioni sulla dignità dell’individuo e su coloro che hanno attentato contro di essa riportando per lunghi periodi del nostro secolo un grande successo nel privare l’uomo di ogni controllo sul proprio destino». Se fosse vivo, a cento anni, constaterebbe che siamo già entrati in un nuovo periodo, non sappiamo se lungo o breve, di movimenti che attentano alla dignità dell’individuo, sottraendogli il controllo sul proprio destino.

L’attuale tendenza era stata prevista da Mosse già negli anni 80 (Emilio Gentile, Fanatismi incombentiDomenica. Il Sole 24 ore, 18 febbraio 2018). La sua preveggenza non era dono profetico, ma capacità di analizzare con realismo la fragilità della democrazia liberale in epoche di sconvolgimenti, che provocano insicurezza e paura nelle masse. La fragilità della democrazia liberale è stato l’altro tema della meditazione di Mosse, latente nella storiografia ma spesso presente nella sua attività di conferenziere, come mostrano le migliaia di pagine inedite di lezioni e conferenze, che comporrebbero una decina di volumi. Negli anni 50, i temi delle sue conferenze erano: “Libertà individuale e sicurezza nazionale”, “Persecuzione e libertà”, “Libertà di coscienza”.

Nel 1954 l’agnostico Mosse dichiarò a un auditorio protestante: «Tutte le nostre libertà sono legate insieme. Spesso noi siamo stati sul punto di sacrificare alcune libertà politiche così faticosamente conquistate alle fluttuazioni di un’opinione pubblica eccitata o agli allettamenti dell’opportunità politica. Stiamo in guardia contro un conformismo imposto; è la strada che conduce alla perdita della nostra libertà di fronte a Dio. Per essere un uomo libero bisogna accettare le differenze: la coscienza di ogni uomo è uguale all’occhio del Signore».

(Foto di davide ragusa su Unsplash)

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