La definizione di rifugiato non coincide con quella di migrante, profugo o clandestino. Oggi è la Giornata mondiale del rifugiato, e quindi è bene sapere di chi stiamo parlando, ossia, secondo la Convenzione di Ginevra «Chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori del suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi».

#WithRefugees

Da diversi anni l’Unhcr (l’agenzia Onu per i rifugiati) organizza l’evento #PorteAperte, con cui invita i cittadini a visitare le strutture che accolgono i richiedenti asilo (gli Sprar, Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), per conoscere le persone che le abitano e le iniziative in programma. Un elenco degli eventi organizzati in tutta Italia per la Giornata si può trovare qui.

Sempre più confini

L’iraniano Shahram Khosravi è partito dal suo paese come migrante clandestino, e oggi è docente di Antropologia sociale a Stoccolma. Nel libro Io sono confine si sofferma sulla sempre maggiore presenza di muri, barriere e dogane che si ergono intorno a noi (e di cui da europei facciamo fatica ad accorgerci, ormai abituati all’assenza di dogane tra gli Stati membri). Riportiamo un estratto dalla prefazione del libro, pubblicato su Comune-Info.net: «La versione originale di questo libro, uscita in inglese nel 2010, era intitolata: ‘Illegal’ traveller. An auto-ethno-graphy of borders. Avevo usato il termine traveller – «viaggiatore» – invece di migrante o profugo per contestare la gerarchia imposta dall’odierno regime delle frontiere alla mobilità, che discrimina tra viaggiatori «qualificati» (turisti, espatriati, avventurieri) e «non qualificati» (migranti, profughi, persone prive di documenti). Nel tempo intercorso da allora, le frontiere si sono ulteriormente fortificate. Nel novembre 2019 festeggeremo il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino. Nel medesimo arco di tempo il numero dei muri eretti lungo i confini si è quadruplicato. L’industria delle frontiere è diventata un business gigantesco. Un muro fisico è un lusso che non tutti gli Stati possono permettersi. Quelli eretti sulla frontiera Stati Uniti-Messico, quello israeliano e quello lungo il confine tra Arabia Saudita e Iraq sono costati tra 1 e 4 milioni di dollari per chilometro. Tenuto conto delle spese di manutenzione, si arriva a un giro d’affari globale di parecchi miliardi, e in crescita costante. Ciascuno di questi muri è stato eretto da uno Stato ricco contro una nazione povera […]».

I rifugiati nel mondo continuano ad aumentare

Secondo quanto riportato nel rapporto Global Trends dell’Unhcr, il numero di rifugiati nel mondo continua ad aumentare, e nel 2018 ha raggiunto il suo massimo storico, raggiungendo 70,8 milioni di persone. Nel 2017 – secondo quanto riporta Redattore Sociale – erano stati 68,5 milioni. Di tutte queste persone, ben poche hanno speranza di vedere rientrare la situazione di emergenza che le ha costrette a spostarsi, e pochissimi faranno rientro a casa: «Secondo l’Unhcr, sono 2,9 milioni gli sfollati che nel 2018 sono tornati nel proprio paese o nella propria regione. Tra questi 2,3 milioni di sfollati interni e circa 594 mila rifugiati. Un dato ben lontano da quello dei nuovi sfollati, ma anche distante dai dati del 2017. Il rapporto Global Trends presentato lo scorso anno, infatti, parla di 667 mila rifugiati che nel 2017 hanno potuto fare ritorno nel proprio paese e 4,2 milioni di sfollati interni, sempre nel 2017, che è tornato a casa, quasi il doppio rispetto al 2018. Infine, sempre lo scorso anno, sono 92,4 mila i rifugiati coinvolti nei programmi di resettlement di 25 diversi paesi».