È in arrivo a marzo una nuova modifica del codice di procedura civile, come sempre presentata come “riforma” anche se si tratta di piccoli ritocchi che migliorano qualcosa, ma senza affrontare in maniera organica i nodi irrisolti della giustizia civile. Le misure approvate in Commissione giustizia alla Camera riguardano la negoziazione assistita per le cause di lavoro, un sistema di incentivi per i tribunali più produttivi, l’istituzione dei tribunali della famiglia (punto critico di cui abbiamo parlato qui) e di quelli per le imprese. «Quanto alla prima misura – spiega il sito La legge per tutti –, saranno premiati i fori più operosi, ma non in base al numero di fascicoli portati in archivio (che, di norma, vedono smaltite solo le cause di routine e quelle più facili), ma in base a quelle più vecchie, cioè il vero arretrato. Ritorna, poi, l’originaria impostazione della negoziazione assistita anche per le cause in materia di lavoro, misura che ha già sollevato l’ira dei sindacati. Viene poi prevista la realizzazione dei Tribunali specializzati nei distretti sede di Corte d’appello, da quelli della famiglia, destinati ad assorbire i Tribunali dei minori, a quelli delle Imprese».

Il sito stesso esprime la propria perplessità non tanto sul merito dei temi affrontati da questi provvedimenti, quanto sulla frequenza con cui i continui interventi legislativi intervengono a modificare la normativa, contribuendo a rendere ancora meno chiaro un quadro già piuttosto confuso: «Le modifiche al codice di procedura, ormai, giungono con cadenza quasi periodica, ogni anno o frazioni di anno, sicché non c’è più il tempo di studiare le nuove norme che già se ne aggiungono di altre, spesso in contrasto con le prime o fonti di ulteriori problematicità. Senza contare poi che, su tutto, regna ancora il fantasma della riforma del processo civile telematico, mai completamente attuata: una palude di problemi pratici ancora irrisolti».

Su un piano più generale, è interessante leggere la riflessione pubblicata su La Stampa da Vladimiro Zagrebelsky, che propugna una riforma forte e totale della giustizia, in opposizione alle continue parziali modifiche. «Di fronte ai difetti dell’attuale sistema di giustizia, è necessaria però un’ampia riflessione per una vera prospettiva riformatrice», scrive Zagrebelsky. Il suo intervento fa spesso appello al concetto di competenza: quella che serve per scrivere le leggi e quella che serve ai giudici per applicarle. «Occorre il concorso di opinioni fondate sull’esperienza di magistrati e avvocati, insieme all’elaborazione degli studiosi, preliminare alle scelte del legislatore. Senza tralasciare ciò che di buono può esser tratto da quei modelli europei, che si dimostrano meno carichi di problemi. […] L’attuale assetto della magistratura (reclutamento, destinazione alle varie funzioni, valutazione di professionalità) ancora suppone che il giudice sia il puro e semplice applicatore della legge. Sempre più al giudice è richiesto di effettuare valutazioni svincolate da criteri legislativi precisi. Le richieste di professionalità, cultura, esperienza sono distinte, così che l’idea stessa dell’unità indifferenziata della magistratura merita ripensamento alla luce della necessità di specializzazione. In questo senso è un brutto segnale la decisione di abolire i Tribunali per i Minorenni e di confonderne le competenze nel Tribunale ordinario. In molti campi, l’accettabilità sociale delle decisioni e il rispetto che richiedono non possono più legarsi all’indiscutibile autorità della legge: accettabilità e rispetto dipendono invece dalla riconosciuta autorevolezza di chi l’applica».

La critica principale è quella diretta al numero di norme approvate, che danno origine a una grande incertezza giudiziaria e fomentano un utilizzo molto frequente dello strumento del ricorso, che mette in difficoltà la Corte di Cassazione: «Le misure urgenti e provvisorie hanno un effetto devastante quando diventano il principale strumento di impatto rapido ed efficace, non in vista, ma sostanzialmente in luogo della sentenza definitiva. La precarietà e l’incertezza paralizzano l’azione di cittadini, imprese, amministrazioni pubbliche. Piccoli aggiustamenti o miglioramenti organizzativi non sono più sufficienti, senza la riduzione dei ricorsi ai giudici e delle impugnazioni e la drastica semplificazione delle procedure. Il primo risultato si ottiene rendendo obbligatorie ed efficaci le vie di tipo conciliativo o di mediazione. Esse non sono nella tradizione italiana, che preferisce la litigiosità giudiziaria, ma sono indispensabili. Una ragione importante dell’instabilità della giurisprudenza discende dalle continue modifiche legislative, spesso di pessima qualità, e dai frequenti compromessi che rinviano alla fase applicativa ciò che il Parlamento non è riuscito a sciogliere».