«Ciascun governo istituisce leggi (nomoi) per il proprio utile; la democrazia fa leggi democratiche, la tirannide tiranniche e allo stesso modo gli altri governi. E una volta che hanno fatto le leggi, proclamano che il giusto per i governati è ciò che è invece il loro proprio utile, e chi se ne allontana lo puniscono come trasgressore della legge ed ingiusto. Questo, mio ottimo amico, è quello che dico giusto, il medesimo in tutte quante le poleis, l’utile del potere costituito. Ma, se non erro, questo potere detiene la forza. Così ne viene, per chi sappia ben ragionare, che in ogni caso il giusto è sempre identico all’utile del più forte».

L’ingiustizia perfetta per Trasimaco

Continuiamo la nostra riflessione sulla giustizia, cominciata ieri, prendendo spunto dalla Repubblica di Platone. Proseguiamo appoggiandoci a una pubblicazione dell’Università di Pisa di qualche anno fa, che riflette sul testo del filosofo greco. La definizione in apertura è attribuita al sofista Trasimaco, al quale Socrate risponde con la consueta dialettica sottile e insidiosa: «Se il giusto è l’utile del più forte – riassume la docente Maria Chiara Pievatolo, autrice del documento –, e questi, ingannandosi, ordina ciò che gli sembra utile, ma non lo è, i deboli che gli ubbidiscono non fanno in realtà l’utile del più forte». Trasimaco risponde con il pragmatismo tipico dei sofisti, retoricamente efficace ma non particolarmente raffinato: «Chi viene sorpreso a commettere ingiustizia in un ambito parziale (meros) viene punito e ricoperto di biasimo. Ma se realizza l’ingiustizia perfetta, divenendo tiranno, viene detto da tutti felice (eudàimon) e beato (makàrios). Chi biasima l’ingiustizia lo fa solo perché teme di subirla. Ma se realizzata in modo adeguato, l’ingiustizia è più forte, più da uomo libero e più da signore della giustizia». C’è qualcosa di familiare in queste parole. Questa natura contrattualistica della giustizia è qualcosa di molto vicino, talvolta, alla nostra esperienza quotidiana.

Giustizia contrattualistica

L’idea di Trasimaco, secondo cui la giustizia è strettamente connessa al potere politico e opera nei suoi interessi, è qualcosa con cui prima o poi tutti ci siamo confrontati. È un principio che oggi nessuno si sentirebbe di condividere, ma talvolta è l’esperienza diretta a fare vacillare le convinzioni che crediamo più radicate e profonde. “La legge è uguale per tutti” vale se tutti sono uguali. Nel momento in cui ci sono dei dominatori e dei dominati, si creano immediatamente due insiemi di cittadini, all’interno dei quali vige l’uguaglianza, mentre ciò che sta al di fuori non lo è. Sappiamo che Socrate attribuiva grande importanza alla conoscenza (techne): si arriva al potere perché si ha la competenza per esercitarlo, dunque si hanno anche gli strumenti per farlo con non per sé ma per l’esercizio efficiente della techne. «L’esperto di una techne si qualifica come tale non tanto perché sa badare al proprio interesse economico ma perché sa fare l’utile di ciò di cui la techne stessa è oggetto: un bravo medico, per esempio, non è in primo luogo un abile uomo d’affari, ma uno che sa curare i malati. Analogamente, un buon governante non si occupa tanto del proprio utile, quanto di quello dei suoi sudditi».

La parte e il tutto

Nelle sue riflessioni, Socrate implica un altro concetto, ossia quello dell’olismo politico: «L’olismo politico è quella prospettiva teorica che tratta la comunità politica come se fosse un intero (holon), e gli individui che la compongono come sue parti. Come le cellule hanno senso e funzionalità solo entro l’organismo di cui fanno parte, così i cittadini hanno senso e valore esclusivamente in quanto parti dello stato, cioè dell’intero o del tutto che li ricomprende. Il “tutto” è legittimato a valersi di logiche che gli individui che ne fanno parte possono non capire, o trovare immorali, o subire come distruttive». Può sembrare paradossale, ma rispecchia un concetto che – anche questo – tutti conosciamo bene, il sacrificio di se stessi per la società di cui si fa parte: «Per esempio, in merito al problema della giustizia, un olista potrebbe dire che per gli individui il giusto è comportarsi funzionalmente alla sopravvivenza della comunità (salus rei publicae suprema lex), e non alla loro, mentre per il tutto, in quanto individualità sostanziale, è giusto mirare esclusivamente alla sopravvivenza. Ma questo modo di ragionare, a ben guardare, comporta due imperativi, e non uno: quello del sacrificio per gli individui, e quello “egoistico” per il tutto». In questa tensione tra la parte e il tutto, tra il bene egoistico dell’individuo e quello condiviso (seppure anch’esso “egoistico”) della comunità, si giocano molti conflitti e contraddizioni di oggi.

(Foto di Giammarco Boscaro su Unsplash)