Sulla campagna vaccinale contro il COVID-19, la politica italiana sta facendo un errore comunicativo dopo l’altro. Nelle ultime settimane, rispetto al vaccino di Oxford-AstraZeneca (rinominato con l’impronunciabile etichetta Vaxzevria, forse nel tentativo di far dimenticare di cosa stiamo parlando) è successo un po’ di tutto. L’Ema e l’Aifa – le agenzie europea e italiana che autorizzano all’uso di nuovi farmaci – ci avevano messo del loro, prima consigliandolo solo ai più giovani, poi progressivamente spostando la soglia di età fino a ribaltare del tutto il rapporto e raccomandandone l’uso solo per la popolazione anziana. A un certo punto si è visto che, stando ai profili di rischio, in realtà il farmaco poteva essere usato per chiunque, e così è stato finché alcuni sporadici casi di trombosi non hanno destato alcune precauzioni. A quel punto, almeno in Italia, non si è più capito bene chi dava i pareri scientifici e chi prendeva le decisioni politiche. Se i primi dovevano avallare le seconde, come sarebbe ovvio, o viceversa. Fatto sta che, con una campagna vaccinale che aveva finalmente preso un buon ritmo, oggi ci ritroviamo con più vaccini che persone da vaccinare (esattamente il contrario rispetto a solo qualche mese fa).

La decisione di garantire la vaccinazione “eterologa”, cioè con due vaccini diversi, a chi, sotto i 60 anni, avesse fatto la prima dose con AstraZeneca, ha di certo contribuito a determinare questa situazione, dando alle persone l’impressione che questa sia pratica più sicura. La realtà è che abbiamo molti più dati sulla sicurezza della somministrazione di due dosi con lo stesso vaccino di quanti ne abbiamo sulla vaccinazione mista. Tutto lascia intendere che non ci siano particolari rischi anche con l’eterologa, ma si tratta comunque di una cosa su cui abbiamo oggettivamente meno informazioni (le doppie dosi di AstraZeneca in Europa sono state decine di milioni, quelle miste decisamente meno).

Dopo la conferenza stampa del presidente del Consiglio Mario Draghi, che si è tenuta venerdì scorso, le cose sono cambiate nuovamente: chiunque abbia ricevuto una dose di vaccino Astrazeneca, anche se non ha ancora 60 anni, potrà richiedere di fare la seconda dose con lo stesso prodotto. Nella conferenza stampa, però, Draghi ha fatto sapere che lui, dopo aver fatto la prima dose di AstraZeneca, farà la seconda con un altro vaccino. Perché? «La prima dose di AstraZeneca che ho fatto ha dato una risposta di  anticorpi bassa e quindi mi si consiglia di fare l’eterologa – ha detto –. Funziona  per me e funziona anche per chi ha meno di 70 e 60 anni». Chi glielo consiglia? È un’indicazione ufficiale? Vale per tutti? Dovremmo correre tutti a fare un test sierologico per conoscere la quantità di anticorpi sviluppata dopo la prima dose, e nel caso decidere di conseguenza? Come abbiamo visto qualche giorno fa parlando con un microbiologo e un medico clinico, la comunità scientifica non ha individuato alcuna correlazione tra la quantità di anticorpi osservabile attraverso un test sierologico e il livello di protezione da un’eventuale infezione. Perché dunque a Draghi è stato detto diversamente? Non c’è il rischio che molte persone si sentano in dovere di fare lo stesso da qui in poi, ingolfando i laboratori italiani di inutili test, mentre il tempo e le risorse andrebbero al limite investiti nel tracciamento delle varianti, la “delta” su tutte?

Come ha fatto notare ieri Francesco Costa nella sua rassegna stampa quotidiana per il Post, la gestione di questa conferenza stampa è la prova del fatto che si può essere ottimi banchieri, forse anche buoni capi politici, ma non per questo si è automaticamente buoni comunicatori.

(Foto di Quino Al su Unsplash )

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