L’Italia dell’atletica ha fatto qualcosa di straordinario alle Olimpiadi di Tokyo. Le vittorie di Gianmarco Tamberi nel salto in alto e di Marcell Jacobs nei 100 metri, arrivate domenica 1 agosto a pochi minuti di distanza l’una dall’altra, sono qualcosa che probabilmente resterà nella storia della partecipazione dell’Italia alle Olimpiadi.

Fa riflettere però che, ogni volta che un atleta italiano non bianco conquista qualcosa di importante, si cominci a parlare di questioni legate al diritto di cittadinanza. Non che non sia importante, per carità. È certamente un tema molto rilevante, di cui ci siamo occupati più volte, e su cui sono opportune delle riforme, più volte proposte e sempre rimandate. Ogni occasione è buona per tornare a parlarne, e quindi cogliamo pure questa.

Dicevamo: un atleta italiano non bianco ha vinto una medaglia d’oro in una gara a cui nessun altro italiano era mai riuscito anche solo a partecipare. Fa riflettere (non che sia sbagliato, ribadiamo) che in una situazione come questa si tiri fuori il tema dello “ius soli sportivo”, per esempio. Che è una norma importante, sia chiaro.

Approfittiamone per capire di che si tratta: «La norma – spiega il Corriere – prevede che un ragazzo immigrato in Italia, anche se non ancora in possesso della cittadinanza italiana, possa essere tesserato da un club italiano e partecipare regolarmente alle competizioni. Il senso è riconoscere proprio lo sport come veicolo di integrazione dei nuovi arrivati. Unico requisito previsto dalla legge: i minori devono essere regolarmente residenti in Italia “almeno dal compimento del decimo anno di età”. Il limite, come fa notare l’Asgi (associazione studi giuridici sull’immigrazione) “è probabilmente dettato dalla presunzione che per un minore entrato in così tenera età il rischio di essere soggetto al traffico illecito di calciatori venga estremamente ridotto”».

Per partecipare alle competizioni nella rappresentanza italiana, però, bisogna avere ottenuto la piena cittadinanza. E quindi attendere i 18 anni, dopo i quali si può avviare la procedura. Il presidente del Coni Giovanni Malagò ha proposto che i criteri per assicurare il riconoscimento della cittadinanza siano resi meno stringenti, rendendola automatica al compimento dei 18 anni per chi ha i requisiti. Si tratta di una proposta probabilmente giusta, interessante, che ci sentiamo di supportare. Ma resta quel pensiero, quella riflessione più generale.

Jacobs è italiano dalla nascita. È nato da una madre italiana e da un padre statunitense. È cresciuto a Desenzano del Garda. La sua storia non ha niente a che vedere con lo “ius soli sportivo” o altre possibili riforme. Ma non è bianco e, per una nazione ancora poco abituata ad avere cittadini non bianchi tra la popolazione, è inevitabile l’automatismo che fa scattare concetti come “nero italiano”, “nuovi italiani”, “seconde generazioni”, ecc. Dobbiamo però renderci conto che sono automatismi, che avvengono perché non siamo ancora abituati a pensarci come il Paese vario e complesso che siamo. Associamo la diversità nei tratti somatici a qualcosa che identifica “lo straniero”. E ci stupiamo quando, come sempre più spesso accade, vediamo una persona di colore o dai tratti asiatici parlare correntemente italiano, magari con un evidente accento regionale.

Ripensiamo agli Europei di calcio maschile che si sono appena conclusi. Quella italiana era tra le formazioni più omogenee in termini di aspetto fisico dei giocatori. Nessuno si è stupito di vedere giocatori di colore nella Svizzera, nell’Inghilterra o nella Francia. Siamo così abituati a ragionare per “contenitori omogenei” (i confini nazionali) che a volte non ci rendiamo conto di far parte di processi storici molto più ampi, che ci coinvolgono tutti. Tra questi il fatto che le persone, da sempre, si spostano. E ne nascono relazioni, conflitti, idee, cambiamenti.

Percepirci come un insieme uniforme, che vive i vari Marcell Jacobs e i Mario Balotelli come eccezioni, non ci aiuterà a contrastare fenomeni come il razzismo, la discriminazione, la xenofobia. Nessuno di noi è immune agli automatismi, a farsi un’idea del mondo in base alla propria personale esperienza quotidiana. Ma è necessario fare un passo in più per considerare il quadro più ampio, di cui pure facciamo parte. Eviteremo che a un certo punto, quando quel quadro sarà troppo distante dalla nostra piccola quotidianità, si arrivi al punto di rottura. Che porta al rifiuto, alla paura, alla voglia che tutto resti “com’è sempre stato”. O come pensiamo che sia sempre stato, sempre facendo fede sulla nostra piccola esperienza quotidiana. Sono cose già viste altrove e in altri tempi. Di solito non ne esce nulla di buono.

(Foto di Shinnosuke Ando su Unsplash)

Noi ci siamo

Quando è nata Avis Legnano i film erano muti, l’Italia era una monarchia e avere una radio voleva dire essere all’avanguardia. Da allora il mondo è cambiato, ma noi ci siamo sempre.

Vuoi unirti?