Google Scholar è una delle maggiori piattaforme per la ricerca di pubblicazioni scientifiche. Dal 23 marzo ospita una nuova funzione che segnala quando una certa ricerca dovrebbe essere disponibile gratuitamente, ma invece non lo è. Abbiamo parlato varie volte di questo argomento, e di quanto sia stato importante durante la pandemia il fatto che molte ricerche fossero pubblicate in versione preprint su piattaforme liberamente accessibili, affinché molti scienziati potessero leggerle, controllarle, usarle per fare altri studi.

La nuova funzione di Google Scholar agisce in maniera molto semplice, come ha spiegato a Nature il co-fondatore Anurag Acharya. Il motore di ricerca controlla se nel testo sono contenute alcune parole chiavi che presuppongono che l’autore dell’articolo sia chiamato a condividerlo su piattaforme ad accesso libero dopo la pubblicazione, e se le trova lo “sanziona” segnalando la mancanza sul suo profilo. L’iniziativa ha intenti anche condivisibili, ossia aumentare la quantità di ricerche liberamente accessibili. Il problema è che, come diversi autori si sono resi conto, il sistema commette degli errori, segnalando come non disponibili articoli che invece lo sono. Secondo alcuni, poi, il servizio non prevede un centro di supporto per segnalare errori, il che è un problema per la reputazione dei ricercatori, che si trovano questa segnalazione sul proprio profilo senza poterci fare nulla. Secondo Acharya, in realtà, dovrebbe esserci la funzione “fai una correzione” per sistemare eventuali imprecisioni, ma appunto c’è chi lamenta l’impossibilità di intervenire. Un altro sospetto è che questo sistema abbia tra i suoi obiettivi spingere più autori a caricare i propri paper su Google Drive, in modo che il sistema integrato di Google li trovi più facilmente e corregga gli errori. Questo è un problema perché il fatto che un documento sia su Google Drive non lo rende facilmente accessibile o “trovabile” da piattaforme che non siano di Google, e quindi potrebbe esserci sotto un tentativo da parte della “big tech” americana di incentivare la concentrazione della ricerca scientifica sulla propria infrastruttura. Acharya nell’intervista conferma il fatto che Google Drive non sia la soluzione ideale, e la presenta come “l’ultima spiaggia” affinché una ricerca sia accessibile, incoraggiando a usare altre piattaforme.

Perché tutto questo?

Una ricerca del 2018 sull’accessibilità di articoli finanziati da fondi che prevedono tra le loro politiche la messa a disposizione gratuita ha trovato che circa i due terzi dei testi considerati soddisfaceva la richiesta. Lo studio ha preso in esame 1,3 milioni di paper, quindi vuol dire che oltre 400 mila articoli che avrebbero dovuto essere liberamente accessibili risultavano invece a pagamento. Sono comunque moltissimi, e su questo è importante che siano gli stessi fondi d’investimento a monitorare. Un’attività certamente impegnativa e costosa, ma fondamentale per assicurare una scienza aperta e disponibile a tutti.

(Foto di Mitchell Luo su Unsplash )

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