di Federico Caruso

Su Jama Internal Medicine, una delle più prestigiose riviste scientifiche al mondo, da giorni l’articolo più letto riguarda uno studio realizzato su iniziativa di Antonino Mazzone, direttore dell’Unità operativa di Medicina dell’Ospedale di Legnano, e che vede nel team di ricerca anche Pierangelo Clerici, direttore dell’Unità operativa di Microbiologia dello stesso ospedale e presidente dell’Associazione Microbiologi Clinici Italiani.

La ricerca ha come oggetto la valutazione del rischio di reinfezione tra le persone che sono entrate in contatto con il coronavirus e hanno contratto forme “importanti” di COVID-19. Lo studio ha riguardato una popolazione di poco meno di 13.500 persone delle aree di Legnano, Magenta, Abbiategrasso e Cuggiono, risultate positive al coronavirus nel periodo tra febbraio e luglio 2020. La loro situazione è stata monitorata nei mesi successivi per verificare la possibilità di reinfezione tra chi aveva sviluppato la malattia causata dal SARS-CoV-2 in forma grave o comunque tale da comportare un ricovero o un passaggio ospedaliero.

La conclusione è che la probabilità di reinfezione, in queste specifiche condizioni, è dello 0,07 per cento. Nel corso dello studio, solo cinque persone sono risultate positive una seconda volta (ripetiamo: solo tra coloro che hanno sviluppato forme importanti della malattia), e di queste tutte avevano una situazione clinica complicata già prima di contrarre il COVID-19. Il limite dello studio è che è stato realizzato prima che fossero sequenziate le numerose varianti con cui abbiamo imparato a fare i conti negli ultimi mesi. Ciò non toglie che tali risultati siano comunque significativi, e dovrebbero stimolare un dibattito più ampio rispetto alla scelta di non considerare, nella campagna di vaccinazione, l’avvenuta esposizione al virus.

La conclusione del dottor Mazzone, che abbiamo raggiunto al telefono, è perentoria: «Tutte le persone già infettate dal coronavirus, che hanno sviluppato forme importanti della malattia, non dovevano essere vaccinate. Avremmo risparmiato quattro milioni di dosi, che avrebbero potuto immunizzare altrettante persone, che invece hanno dovuto attendere più del necessario per proteggersi. Oggi l’80 per cento della popolazione sarebbe già immunizzata, e invece siamo molto più indietro». Secondo Mazzone, non solo si poteva evitare di vaccinare i guariti, ma si doveva: «È dimostrato che le reazioni avverse alla vaccinazione si concentrano tra le persone che già avevano gli anticorpi per la malattia. Si sarebbero dovuti aspettare i dati prima di procedere. Questo studio ha certificato che il SARS-CoV-2 si comporta esattamente come qualsiasi altro virus, e una volta che si guarisce dalla malattia se ne diventa immuni».

Lo studio è stato pubblicato il 28 maggio su Jama, ma i suoi risultati erano già state comunicati a inizio dicembre 2020 al Comitato tecnico scientifico, che però non ha ritenuto di modificare i suoi piani. Ciò che ipotizza il dottor Clerici, è che si sia preferito mantenere un profilo di chiarezza comunicativa presso il Ministero, per evitare di far passare messaggi contraddittori alla popolazione: «Al di là del fatto che questo studio è limitato dal fatto di essere avvenuto prima del comparire delle varianti – ha detto – bisogna considerare che molte persone positive al tampone  ma senza malattia da COVID-19 avrebbero potuto pensare che non fosse necessaria nemmeno una delle due dosi, rinunciando così del tutto a farsi vaccinare. A livello di comunità, è un rischio che non si poteva correre». Ma la rilevanza di questo studio sta nelle prospettive che apre: «Col senno di poi – ha proseguito Clerici – è facile giudicare l’operato di altri, e non era quello l’intento. È opportuno fare altri studi in questa direzione, non per giudicare il passato ma per fare scelte più oculate la prossima volta che ci troveremo ad avere a che fare con un evento pandemico».

In merito alla possibilità, sollevata dall’Autorità sanitaria francese, di fare un test sierologico a tutti i non vaccinati per scoprire se hanno una carica anticorpale (dovuta a una forma asintomatica di COVID-19 sviluppata nei mesi scorsi), ed eventualmente sottoporli a una sola dose di vaccino, sia il clinico che il microbiologo sono scettici. La quantità di anticorpi da sola non ci dice se quella persona è pienamente immunizzata rispetto al virus, ci hanno spiegato. Non è mai stato stabilito, a livello internazionale, un indice oltre il quale possiamo dire che il paziente è sicuro di non ammalarsi. E anche qui, c’è la possibilità che scatti una componente psicologica per cui chi scopre di avere già degli anticorpi contro il coronavirus potrebbe decidere di rinunciare del tutto alla vaccinazione, mettendo a rischio la propria sicurezza e quella degli altri.

(Foto di Mufid Majnun su Unsplash)

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