È con in mente le parole di Tito Boeri sul destino pensionistico dei giovani di oggi che il Parlamento sta discutendo in questi giorni la riforma dei vitalizi. Uno dei problemi che sempre si presentano in questi casi è l’alto numero di ricorsi che vengono presentati per protesta contro la modifica dei “diritti acquisiti”. Resta da capire come mai quelle che per i politici sono garanzie intoccabili siano invece meccanismi sempre passibili di modifiche per la gente comune. Visto l’alto livello di contribuzione a cui sono sottoposti gli stipendi, per non parlare di chi è lavoratore autonomo e versa allo stato un’altissima percentuale di ciò che fattura, si potrebbe pensare che il sistema contributivo costituisca un vantaggio per chi entra oggi nel mondo del lavoro. Appare logico: siccome la retribuzione è gravata da molte tasse, e la pensione sarà calcolata su quanto versato versato all’erario, con questo sistema dovrebbero maturare delle pensioni molto alte, una volta raggiunta l’età minima consentita. Invece non è così, e la fine del sistema retributivo (che calcolava l’importo della pensione in base all’ultimo stipendio percepito dal lavoratore) ha segnato uno spartiacque che marca una disparità di trattamento molto evidente tra chi ha approfittato del periodo di “vacche grasse” e chi si dovrà accontentare delle briciole.

Il sistema è talmente chiuso per chi ha cominciato in questi anni a versare i contributi, che i 30enni e 40enni di oggi sembrano avere accettato l’idea che a loro nulla sia concesso, che lo Stato abbia tutto il diritto di tenerli fuori dai sistemi di tutela che i loro genitori hanno avuto il merito di conquistare, ma la colpa di non aver saputo rendere permanenti e sostenibili. «Prima del 1995 – scrive Maurizio Pittau su Medium – delle scriteriate politiche che poi hanno portato alla dilatazione del debito pubblico permettevano di andare in pensione con criteri a dir poco generosi. C’erano persone andate in trattamento di quiescenza prima dei quarant’anni di età perché nei favolosi Anni Ottanta bastava aver versato quindici anni, sei mesi e un giorno di contributi per aver diritto a pensione. Pensioni che si sono rivalutate negli anni a ritmo di inflazione fino ad arrivare a costare attualmente allo Stato 240 miliardi di euro all’anno, il 15.6 per cento del prodotto interno lordo (dati Istat). La riforma Dini del 1995 decise, sostanzialmente, che i nostri padri (cioè coloro che avevano versato almeno diciotto anni di contributi) continuassero ad andare in pensione con i vecchi criteri e il metodo retributivo, ottenendo così una pensione che nei fatti è pari a più del novanta per cento dell’ultima retribuzione. Gli altri, i più giovani, sarebbero andati in pensione con il metodo contributivo, calcolato dunque sui contributi effettivamente versati. Ora, la sommatoria dei fattori della precarietà dei posti di lavoro e di politiche salariali basse, fa sì che i contributi versati siano poca cosa e una recente stima del Corriere della Sera prevede che la pensione media di un under 40 di oggi sarà pari al 36 per cento dell’ultima retribuzione e ammontante comunque ad un importo inferiore rispetto ai 540 euro della pensione minima sociale».

Previsioni decisamente cupe, che non lasciano spazio a molte possibilità per i giovani di oggi: adeguarsi o emigrare. Certo ce ne sarebbe una terza, ossia ribellarsi a questo stato di cose e cominciare a pretendere i diritti che poi saranno loro negati quando, ormai 75enni, si renderanno conto che la misera pensione che arriverà dallo Stato non basterà per campare. La proposta di Boeri, secondo Strade, non è all’altezza del personaggio, visto che propone sostanzialmente un grande pensionamento dei lavoratori di età più avanzata e meno motivati, in modo che siano rimpiazzati con i tanti giovani che attualmente non riescono ad accedere al mondo del lavoro. Il risultato è tutt’altro che scontato e anzi il rischio è che poi lo Stato si trovi a dover spendere ancora più soldi ogni anno per mantenere i tanti nuovi pensionati. Certo un’idea buona (per quanto non nuova) c’è: tagliare le pensioni più alte. Ma quante volte è stata già neutralizzata questa proposta?

In questo clima, la politica ha l’ennesima possibilità di dare un segnale, di comunicare agli italiani che ha smesso di considerare “diritto acquisito” quel trattamento pensionistico che scatta dopo pochi anni di attività politica.

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