Dopo un periodo in cui l’Unione Europea è stata un grande terreno di sperimentazione nella costruzione di uno spazio unico, aperto alle persone oltre che alle merci, oggi la retorica della politica sembra tornare ad associare il concetto di identità con i confini nazionali. È un fenomeno che si sta verificando in varie parti d’Europa, e ha a che fare con la nuova stagione politica che sta portando a un maggiore consenso verso partiti e movimenti che in questo senso portano avanti idee più radicali. Larga parte del discorso ruota attorno al concetto di identità, e all’idea che lo Stato debba proteggere i propri cittadini dalle minacce di flussi migratori che sarebbero ormai giunti a livelli incontrollabili.

Sul Fatto Quotidiano di ieri, lo storico dell’arte Tomaso Montanari provava a “smontare” l’idea di identità, evidenziandone molte fallacie. Spesso chi fa leva su tale concetto in quanto “valore” da difendere porta delle argomentazioni che si scontrano con evidenze storiche più o meno antiche. Pensando a un Paese come l’Italia, il cui territorio è stato attraversato da svariate civiltà prima di essere unificato solo nel XIX secolo, è molto difficile sostenere che si possano individuare degli italiani “puri”, da difendere dall’ipotetica orda etnica pronta a scalzarci.

Come tutti i miti fondativi, anche quello degli italiani prende come pretesto un momento della storia e lo elegge a spartiacque per costruire la storia di un “popolo”. «Davvero esiste un’“Italia arcana” con una identità pura, definita una volta per tutte?», si chiede Montanari. «C’è un “dna” che ci determina italiani? Esiste, è mai esistita, l’Italia cantata da Manzoni: “una d’arme, di lingua, d’altare. Di memorie, di sangue e di cor”? Ebbene, se “identità” significa – etimologicamente – uguaglianza assoluta, corrispondenza esatta e perfetta, bisogna dire con chiarezza: no, questa “identità italiana” non esiste. Quando fu pronto il primo volume del Dizionario biografico degli italiani si constatò l’enorme quantità di voci che si aprivano con il patronimico “al”: arabi, dunque, e italiani. Come ha ben spiegato Eric Hobsbawm nell’Invenzione della tradizione (1983) le identità nazionali sono definite a posteriori, spesso inventate di sana pianta. Restiamo a Manzoni. Il sangue: nessun popolo europeo è meticcio quanto gli italiani, frutto di infinite fusioni che lasciano traccia in ogni manifestazione culturali. E ogni tentativo di costruire, retrospettivamente una purezza anche in ambiti più ristretti è destinato a scadere nel ridicolo: nelle scorse settimane il Consiglio regionale della Toscana ha, per esempio, indetto una Giornata degli Etruschi(!) tracciando una genealogia della “identità toscana” tutta appiattita sulla propaganda cinquecentesca di Cosimo de’ Medici, e affermando che la costituzione del granducato di quest’ultimo “ha di fatto prefigurato l’attuale configurazione della Regione Toscana”. Un marchiano errore, che dimentica da un lato l’esistenza di stati autonomi toscani come il principato di Piombino, lo Stato dei Presidi, il ducato di Massa, la Repubblica di Lucca e dall’altro il fatto che gli etruschi non vivevano affatto solo in Toscana, proprio come i longobardi non solo in Lombardia».

Queste osservazioni, e l’attuale tendenza a parlare spesso di confini da difendere, pur in un mondo sempre più connesso, si collegano a quanto notato dal giornalista inglese Tim Marshall, intervistato ieri sul Messaggero da Gabriele Santoro. L’ultimo libro di Marshall, pubblicato in Italia da Garzanti, si concentra sulla quantità di barriere fisiche che gli Stati continuano a erigere, sia al loro interno che lungo i confini. «Le popolazioni tornano a pensare a sé stesse all’interno di uno Stato ben definito – fa notare Marshall –. Si è esaurito un capitolo della storia, che ci lascia entità sovranazionali di cui dobbiamo decidere i destini». E si appella anche lui al concetto di identità, come pericolosa deriva di un sistema che ha perso fiducia nei propri valori culturali, ancor prima che etnici o geografici: «All’alba del ventunesimo secolo molti studiosi professavano la certezza che la globalizzazione ci avrebbe inevitabilmente avvicinati. È stato così, ma ci ha anche spinto a costruire nuove barriere. Di fronte a minacce percepite come incombenti, dalla crisi finanziaria all’immigrazione, le persone si attaccano maggiormente ai rispettivi gruppi di riferimento e alla costruzione di un’identità. L’effetto più lesivo della globalizzazione concerne l’attuale mondo del lavoro, che stravolge la vita […] Le frontiere culturali raramente coincidono con quelle internazionali. È difficile tracciare linee di separazione tra aree culturali. La società di per sé non è omogenea e crea delle tensioni: siamo condannati a stare insieme e a gestirle. Ascoltarsi è il lavoro più sacro che esista».

(Foto di Guillaume de Germain su Unsplash)