Se è vero che il diavolo si nasconde nei dettagli, state molto attenti a leggere il rapporto Istat dal titolo “Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo”, perché potreste trovarlo. Al suo interno, stanata da Vita, c’è infatti una classifica relativa alla spesa delle famiglie per “ricreazione e cultura” la cui lettura merita approfondimento. L’Italia sta nella parte bassa della lista, in media solo il 7,3 per cento della spesa complessiva è destinato ad attività di questo tipo. Peggio di noi fanno Irlanda, Estonia, Portogallo, Lussemburgo, Lituania e Grecia. Tutti gli altri Paesi europei invece ci superano, e più in alto di tutti sta la Finlandia, dove le famiglie dedicano l’11,3 per cento della spesa alla voce in questione. Ma appunto, proprio il tipo di consumi che finiscono nella dicitura “ricreazione e cultura” è oggetto di discussione, perché a quanto pare in quest’ultimo rapporto si è tenuto conto anche di quanto speso dagli italiani per il gioco d’azzardo.

Video poker, slot machine e altri tipi di giochi che si portano dietro una serie di problemi e rischi di cui abbiamo parlato spesso su ZeroNegativo, sono inseriti in una statistica che, tra l’altro, ha come finalità quella di suggerire al governo le prossime politiche di welfare. Se investire in “cultura” può voler dire incentivare attività come il gioco d’azzardo, c’è da andare molto cauti nel chiedere a gran voce un aumento dell’impegno da parte della pubblica amministrazione. Quando si usa la parola “cultura” lo si fa sempre con un’accezione positiva, mentre il gambling va trattato per quello che è: un’attività di certo non edificante, che in molti casi induce a comportamenti “autolesionisti” per l’economia familiare. D’altra parte nel rapporto c’è una parte dedicata specificamente ad attività nocive come fumo, alcol e comportamenti legati all’obesità: perché non spostare nella stessa categoria il gioco d’azzardo? In quel modo si darebbe davvero un’indicazione utile alla politica.

L’economista Luigino Bruni, docente di Economia politica alla Lumsa di Roma, intervistato sempre da Vita, invita a fare una distinzione molto importante: «Dobbiamo avere la forza culturale per separare due mondi: welfare e cultura da un lato, azzardo dall’altro. Da un lato i beni meritori e dall’altro i beni demeritori». Una volta individuati quali beni finiscono in una categoria e quali nell’altra, le conseguenze sono molto semplici e non richiedono grandi ragionamenti: i beni meritori vanno incentivati (e magari detassati), quelli “demeritori” vanno tassati e disincentivati. Bruni si esprime poi con un esempio che mette in risalto tutta l’ipocrisia di un sistema che da un lato difende gli interessi di chi lucra sull’inclinazione al vizio dei cittadini, mentre dall’altro impone ai primi di utilizzare parte dei propri guadagni in attività sociali: «Quando vedo su un biglietto di qualche lotteria istantanea che un euro di quanto spendo va alla cura di bambini malati, io penso che quei bambini ci giudicheranno. Saranno questi bambini a giudicare questo capitalismo d’azzardo». E in merito all’efficacia dei diversi indicatori invita a porsi una domanda molto semplice: «Crescono i poveri in rapporto ai profitti delle multinazionali dell’azzardo? Questo è un primo indicatore oggettivo di malessere».