Nelle discussioni e teorizzazioni sulla flessibilità del lavoro e sulle forme contrattuali che possano favorire il cambio di posto “senza traumi” per il lavoratore a qualsiasi età, non si prende mai in considerazione ciò che le persone vorrebbero per se stesse. Il mondo della statistica non si è occupato fino a oggi di misurare quanto nel nostro Paese i contratti a tempo determinato abbiano una ricaduta sulla salute fisica e psicologica della persona, con conseguenze sullo stato di benessere e di gestione delle relazioni familiari che questi parametri implicano. Uno studio realizzato da tre ricercatori italiani per il Centre for health economics dell’università di York, intitolato “Well-Being and Psychological Consequences of Temporary Contracts: The Case of Younger Italian Employees”, analizza questi aspetti finora inesplorati, e ne emerge un quadro che sorprenderà forse gli economisti, ma non il resto dei lettori, che con un po’ di buon senso troveranno quasi ovvie le conclusioni emerse.

«L’analisi è condotta su un campione di 8.280 individui attivi nel mercato del lavoro -si legge su lavoce.info– e di età compresa tra i 15 (età minima legale per iniziare a lavorare in Italia nel 2005) e i 30 anni. […] Per studiare le conseguenze sul benessere individuale del lavoro temporaneo e della mancanza di sicurezza sul lavoro, l’analisi considera quattro indicatori di salute: la salute percepita, una misura di felicità, una misura oggettiva di benessere fisico e una oggettiva di salute mentale». Segue una serie di precisazioni in merito al metodo d’indagine e a come sono state trattate eventuali distorsioni che avrebbero potuto compromettere l’attendibilità statistica dello studio. Venendo ai risultati si scopre che i contratti di lavoro a tempo determinato sono associati a un cattivo stato di salute psicologica (ma non fisica). In altre parole, è più frequente tra i precari l’infelicità e lo scarso interesse per la vita in generale. Una condizione più diffusa tra gli uomini, mentre le donne vivono con più serenità la flessibilità.

Insomma, si parli pure di flexicurity o di altri concetti di grande impatto mediatico, ma non si perda il contatto con la realtà dei fatti. L’idea non è nuova, e si traduce in forme contrattuali flessibili, apprendimento lungo tutta la vita lavorativa, politiche attive per favorire il cambiamento rapido di lavoro, sistema di sicurezza sociale a supporto del lavoratore. Tutte cose che sulla carta esistono già, anche nel nostro Paese. Ma poi basta accendere la radio o leggere i giornali per capire che in Italia perdere il lavoro a 40 o 50 anni è l’inizio di un calvario, spesso anche per le persone più intraprendenti e disponibili ad aggiornare la propria professionalità e ricostruirsi una vita lavorativa. Ciò che manca sono le condizioni strutturali per una sana applicazione della flexicurity. E comunque, come concludono i tre ricercatori: «Anche se il contratto a tempo indeterminato può essere “noioso”, per dirla con il presidente del Consiglio Mario Monti, e coloro che lo cercano un po’ choosy, per dirla con il ministro Fornero, molti sarebbero d’accordo con Marcel Proust nel sostenere che “la noia è uno dei mali minori che dobbiamo sopportare” e allo stress di un lavoro a termine preferirebbero la noia di uno a tempo indeterminato».

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