Con 444 mila posti di lavoro persi tra dicembre 2019 e dicembre 2020, più altri 545 mila tra febbraio e giugno 2020, cui è seguito un breve recupero fino a novembre e poi di nuovo un calo nei mesi successivi (dati Istat citati da Lavoce.info), il lavoro è senza dubbio un tema che dovrà avere un’alta priorità nell’agenda del governo. Ci auguriamo che l’aura messianica di Mario Draghi non lo abbandoni quando, come prima o poi dovrà fare, rimuoverà il blocco dei licenziamenti, e che le ricette che il suo governo saprà proporre per limitare gli effetti della pandemia riusciranno nell’intento. Il precedente esecutivo aveva scelto di limitare gli effetti della crisi facendo ampio ricorso agli ammortizzatori sociali e imponendo il blocco dei licenziamenti, ma comunque le conseguenze sono state rilevanti. «Il blocco dei licenziamenti ha ridotto le cessazioni – fanno notare Alessandra Casarico e Salvatore Lattanzio nell’articolo citato più su –, ma può avere contemporaneamente rallentato le attivazioni di nuovi contratti, contribuendo a un risultato netto negativo». I dati lo confermano, e dicono che le attivazioni nette cumulate (cioè il totale delle attivazioni al netto delle cessazioni) nei primi sei mesi del 2020 sono «calate particolarmente per i lavoratori più giovani (nel gruppo di età tra i 15 e i 34 anni), per le donne, per i lavoratori al Sud e al Centro (benché siano state le zone meno colpite dalla prima ondata pandemica), per i lavoratori con contratti a tempo determinato e di apprendistato, per i lavoratori con livelli di istruzione più bassi e quelli impiegati in attività non essenziali, ossia quelle che hanno dovuto restare chiuse più a lungo». In particolare per le donne, le dimissioni volontarie sono aumentate di più rispetto a quelle degli uomini, forse perché maggiormente chiamate a rinunciare a impegni lavorativi per occuparsi della famiglia.

Ma per capire una situazione inedita c’è bisogno di indicatori diversi dai soliti. Un’altra analisi de Lavoce.info si concentra per esempio sulla diminuzione del numero di ore lavorate (ore settimanali pro-capite) dall’inizio della pandemia.

Come si può notare, il grafico dipinge una situazione ben più grave di quella dei soli dati occupazionali, e mostra come «al forte calo dell’occupazione registrato tra febbraio e aprile (-2,1 per cento pari a quasi mezzo milione di occupati) si associ un vero e proprio crollo delle ore lavorate pro-capite (-34,1 per cento pari a -11,6 ore in meno)». I dati sono “destagionalizzati”, ossia con metodi statistici sono state rimosse le normali fluttuazioni dovute alle peculiarità delle diverse stagioni. È evidente come il calo di ore lavorate abbia riguardato soprattutto i lavoratori autonomi, che per la prima volta da anni sono scesi al di sotto dei livelli dei dipendenti. Passato il momento più difficile, non si è comunque tornati sui livelli precedenti (e ovviamente i ristori hanno ripagato solo una parte dei mancati guadagni del periodo peggiore).

A preoccupare è anche il fatto che il protrarsi di questa situazione possa portare a un aumento del numero di persone in condizione di povertà. I dati Istat si fermano al 2019, quando «le famiglie italiane in povertà assoluta in Italia erano quasi 1,7 milioni (il 6,4 per cento di tutte le famiglie residenti in Italia) in calo di oltre 100 mila unità rispetto all’anno prima – spiega Carlo Canepa su ValigiaBlu –. In totale, stiamo parlando di quasi 4 milioni e 600 mila persone in povertà assoluta – il 7,7 per cento di tutti i residenti in Italia e oltre tre volte il numero di tutti gli abitanti di Milano – in calo di oltre 400 mila unità rispetto al 2018». Un leggero miglioramento, ma resta il fatto che in Italia si sta peggio rispetto a dieci anni fa (in particolare per chi sta al Sud, ha una famiglia numerosa, è straniero). Inoltre, usando i dati europei per confrontare la nostra situazione con quella di altri Paesi, le cose non vanno meglio: «Nel 2019 circa un italiano su quattro (il 25,6 per cento per la precisione) viveva in condizioni di “rischio di povertà o esclusione sociale”, anche qui con un leggero miglioramento rispetto agli anni precedenti. In valori assoluti, stiamo parlando di quasi 15,4 milioni di persone: un numero più elevato degli abitanti di Lazio, Veneto ed Emilia-Romagna messi insieme. Nell’Ue soltanto Bulgaria, Romania, Grecia, Lettonia e Lituania avevano dati peggiori dei nostri. Gli altri grandi Paesi europei – Spagna, ma Francia e Germania soprattutto – avevano percentuali più basse di quelle italiane».

C’è poi una serie di dati legati alla salute che dipingono una situazione preoccupante. «Secondo alcune stime dell’Osservatorio sulla povertà sanitaria (Ops), nel 2020 oltre 430 mila persone non hanno potuto comprare farmaci di cui avevano bisogno proprio a causa di ragioni economiche, chiedendo aiuto agli oltre 1.859 enti della rete che fa capo al Banco Farmaceutico». E c’è il problema della rinuncia alle cure, su cui il presidente dell’Istat Giancarlo Blangiardo ha detto: «Nel 2020 (dati provvisori), un cittadino su dieci ha dichiarato di aver rinunciato negli ultimi 12 mesi, pur avendone bisogno, a visite mediche o accertamenti specialistici a causa delle liste di attesa, la scomodità delle strutture, ragioni economiche e motivi legati al Covid-19; questi ultimi sono stati indicati da circa la metà delle persone che hanno riferito una difficoltà di accesso».

(Foto di sol su Unsplash)

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