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Una campagna dissuasiva che circola da anni. Foto di Benedetto Conte

La pessima abitudine di alcuni automobilisti italiani di occupare abusivamente i posti auto riservati ai disabili ha da oggi un motivo in più per essere perpetrata. È arrivato infatti il parere negativo del Ministero dei trasporti all’utilizzo del dissuasore “Tommy”, che è stato provato in fase sperimentale in alcune aree di Roma dallo scorso aprile. Finita la sperimentazione, il Ministero ha fatto sapere che non si potrà procedere a rendere continuativo l’utilizzo del dissuasore, per vari motivi che sono stati riportati dal sito Quattroruote.

Prima di entrare nel merito delle motivazioni, va detto che “Tommy” (che prende il nome dal figlio autistico del giornalista Gianluca Nicoletti, che ha avuto l’idea) è un dispositivo che protegge i posti auto nominali riservati a persone con disabilità. Persone che ogni sera, tornando a casa, invece di parcheggiare comodamente nel posto a loro riservato, devono andare a cercarselo come chiunque altro, perché qualcuno ha deciso proprio in quel momento di fermarsi “un attimo”. Termine che, si sa, può riferirsi a un tempo compreso tra qualche secondo e alcune ore, magari un giorno intero. Da qui l’idea di posizionare un dissuasore all’interno dei parcheggi in questione, un ostacolo che può essere neutralizzato solo dal legittimo destinatario del posto auto, premendo un pulsante su un telecomando. Un sistema molto semplice e già ampiamente utilizzato in contesti privati per la gestione dei posti auto riservati. Il nuovo dispositivo era stato accolto con favore, tanto che alla cerimonia inaugurale hanno partecipato anche l’Aci e il comandante dei vigili urbani del gruppo di Roma centro, Massimo Ancillotti. Oltre che semplice, Tommy ha anche un costo contenuto, visto che ogni dissuasore al momento costa circa 250 euro, che sarebbero potuti diminuire aumentando le quantità richieste (già altri Comuni si erano detti interessati ad acquistarlo).

Ma veniamo alle motivazioni del rifiuto del Ministero di concedere l’autorizzazione a procedere con l’utilizzo diffuso del dispositivo. Gli argomenti avanzati sono tre, tutti scritti in un gergo burocratico fuori dal tempo: «In primo luogo il Ministero scrive che “trattandosi di aree destinate alla riserva di sosta non sembrerebbe preclusa la possibilità, qualora non fossero occupate dal titolare, di essere utilizzate per una semplice manovra di fermata”, questo perché il Codice della strada vieta la sosta negli stalli riservati ai disabili, ma non la fermata che, invece, installando Tommy non sarebbe più possibile». In sostanza, per difendere quelli che il più delle volte si appropriano abusivamente per ore dei posti riservati ai disabili, si impedisce a questi ultimi di avere la certezza di trovare libero il proprio posto. «Negare la possibilità di utilizzo di dissuasori di sosta negli spazi personalizzati proprio perché quegli spazi potrebbero essere utilizzati da altri soggetti per operazioni di fermata è formalmente corretto, ma sostanzialmente inaccettabile», ha commentato Ancillotti.

«In secondo luogo il Ministero sostiene che “a seconda del dispositivo adottato, potrebbe risultare ancora meno agevole l’utilizzo dello stallo da parte del disabile, perché si aggiungerebbero a suo carico ulteriori manovre che ovviamente sarebbero eseguite da una persona già in stato di difficoltà». Anche qui l’argomentazione sembra pretestuosa, visto che, qualora il titolare del posto trovasse scomodo il funzionamento di Tommy, sarebbe sufficiente per lui non richiederne l’installazione.

«Infine, come terza motivazione, il Ministero afferma che “l’installazione di un dissuasore di sosta su uno stallo personalizzato, oltre a costituire un ostacolo, va oltre lo spirito della norma e potrebbe far prospettare una vera e propria occupazione di suolo pubblico, diversamente disciplinata”. Qui si sfiora il ridicolo, non c’è che dire. Sostenere che un sistema di protezione di un posto riservato possa essere accostato a un’occupazione di suolo pubblico costituisce davvero un salto mortale nell’interpretazione della normativa. Come rileva Nicoletti, «La risposta istituzionale è desolante, in senso lato giustifica chiunque lasci la macchina impropriamente parcheggiata nelle strisce gialle, per poi dire: “ma sono qui da cinque minuti!”».

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