Nei giorni scorsi ha molto colpito la drammatica vicenda che ha riguardato Andrea Soldi, 45enne di Torino che soffriva di schizofrenia, per il quale il 5 agosto è stato ordinato il Tso (trattamento sanitario obbligatorio). Arrivato in ospedale in crisi respiratoria, l’uomo è morto poco dopo. Le indagini sono in corso, una serie di telefonate tra l’autista dell’ambulanza e il centralino del 118, in cui il primo definisce il trattamento «un po’ invasivo» e sottolinea che i vigili urbani che l’hanno eseguito «lo hanno fatto un po’ soffocare», assieme ai racconti di testimoni, sembrano confermare il fatto che siano state le modalità di esecuzione a portare alla morte di Soldi. Per saperlo con ragionevole certezza bisognerà però attendere l’esito delle indagini.

Quello avvenuto a Torino non è il primo caso in cui un paziente affetto da disturbi mentali perde la vita per un incidente in qualche modo legato al Tso, che infatti è una procedura al centro di numerose critiche per le modalità con cui spesso viene messa in atto. Altri due casi analoghi sono raccontati in un articolo di Peppe Dell’Acqua, docente di psichiatria sociale all’università di Trieste e tra i promotori del Forum salute mentale. «Il 29 di luglio a sant’Urbano, nelle campagne tra Padova e Rovigo, Mauro Guerra, 30enne, è stato freddato con un colpo di pistola sparato da uno dei carabinieri che era entrato nel suo cortile per eseguire il Tso. Sembra ora che il Tso fosse solo un pretesto per entrare. All’arrivo dei militari Mauro ha cercato di fuggire. Era in mutande e senza scarpe. La madre e la sorella, sconvolte, dicono: “Come poteva far male in quelle condizioni?”. […] Il 10 giugno a Sant’Arsenio, nella provincia cilentana di Salerno, nel servizio psichiatrico di diagnosi e cura, Massimiliano Malzone, 41enne muore per arresto cardiaco improvviso. Era stato ricoverato il 27 maggio a seguito di un Tso che si era rivelato cruentissimo nella sua esecuzione. Massicce dosi di psicofarmaci per sedarlo e la contenzione (forse attuata) le probabili cause della morte».

Secondo Dell’Acqua non è lo strumento in sé il problema, quanto il fatto che si stia tradendo la lettera della legge che l’ha istituito. Innanzitutto, il Tso non è un mandato di cattura. Paradossalmente, esso è pensato «come strumento per accrescere il diritto di chi si trova infragilito e in difficoltà, per garantire il diritto alla cura, alla salute, alla dignità: dopo due secoli di prepotenza oppressiva dello stato e della psichiatria della legge del 1904, finalmente siamo costretti a pensare a un incontro che deve tendere alla parità tra lo Stato, le articolazioni dei servizi e delle istituzioni e il cittadino “malato di mente”».

Non si tratta, non dovrebbe, di autorizzare automaticamente l’uso della forza, bensì di intervenire con autorità nel rispetto della persona e per il suo bene. L’articolo 33 della legge 180 è molto attento nel descrivere il principio (e la prassi) del Tso: «Nei casi di cui alla presente legge e in quelli espressamente previsti da leggi dello Stato possono essere disposti dall’autorità sanitaria accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori, secondo l’articolo 32 della Costituzione, nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici, compreso per quanto possibile il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura. […] Gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori di cui ai precedenti commi devono essere accompagnati da iniziative rivolte ad assicurare il consenso e la partecipazione da parte di chi vi è obbligato. L’unità sanitaria locale opera per ridurre il ricorso ai suddetti trattamenti sanitari obbligatori, sviluppando le iniziative di prevenzione e di educazione sanitaria ed i rapporti organici tra servizi e comunità. Nel corso del trattamento sanitario obbligatorio, l’infermo ha diritto di comunicare con chi ritenga opportuno».

La ricerca del «consenso e la partecipazione da parte di chi vi è obbligato» è un principio di certo molto difficile da tradurre in pratica. Immaginiamo la difficoltà di cercare il consenso da parte di un paziente che in quel momento è totalmente distante dalla realtà. Però si può probabilmente interpretare questo passaggio come l’intenzione del legislatore di differenziare chiaramente il Tso da un mandato di cattura o d’arresto. Il soggetto è descritto come «chi vi è obbligato», non in altri modi che potrebbero alludere alla privazione della libertà (arrestato, fermato, internato, ecc.). Come osserva Dell’Acqua, «L’aggettivo “obbligatorio” prima di tutto dice che l’altro esiste». Inoltre egli aggiunge, a sottolineare i problemi relativi alle modalità di applicazione della legge, che il Tso diventa sovente una semplice attività di routine: «Più spesso non si trovano neanche certificati scritti e ragionati a motivare la richiesta di ordinanza, ma prestampati dove lo psichiatra non deve far altro che barrare la casella. Il sindaco che riceve quel documento utilizza le stesse forme e modalità e compila un altro prestampato. Il giudice tutelare che dovrebbe garantire la corretta esecuzione di un atto delicatissimo che riduce la libertà personale di quel cittadino, fatto salvo rarissime eccezioni, non fa altro che sottoscrivere gli stessi prestampati». Barrare una casella, dunque, talvolta può tradursi in una condanna.

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