Pochi giorni fa il comico Beppe Grillo ha pubblicato sul suo blog un video in cui, nel difendere il figlio Ciro coinvolto con altri tre ragazzi in un processo per stupro, finisce per attaccare pesantemente la donna che li accusa. Si ribalta così l’equilibrio tra le parti e colei che denuncia di aver subito violenza finisce per essere accusata di raccontare il falso, ancor prima che il processo sia finito. Non vogliamo soffermarci sul caso giudiziario, su cui c’è appunto un processo in corso e che potrà dirsi concluso solo dopo l’ultimo grado. Il problema è il video, la cultura che lo informa e ciò che produce. Diverse esperte sul tema l’hanno commentato e quindi ci appoggiamo alle loro parole.

Una prima sintesi arriva da Giulia Siviero, che su Internazionale scrive: «In un minuto e mezzo, Beppe Grillo è riuscito a mettere insieme tutti i pregiudizi che hanno a che fare con la violenza di genere. Ha confermato come la narrazione dominante sullo stupro non la stabiliscano coloro che lo stupro lo subiscono, ha usato la propria posizione di potere per delegittimare chi ha denunciato, e ha negato gli abusi facendo leva sul presunto ritardo della denuncia o sulla reazione non consona di lei».

Giulia Blasi su Valigia Blu sottolinea altri aspetti: «L’effetto delle parole di Beppe Grillo – che ricordiamolo, ricopre un ruolo di rilevanza pubblica, essendo “garante” del Movimento 5 Stelle – è prima di tutto di ricordare alle donne cosa le attende se anche solo provano a considerare l’ipotesi di denunciare uno stupro, soprattutto se il loro stupratore è ricco e potente o figlio di potenti. Non importa quanto siano fondate le accuse, nessuno ti crederà. Che tu denunci subito, dopo otto giorni o entro l’anno previsto dalla legge dopo l’ultima riforma dei termini, non ha importanza: andrai comunque incontro a un processo di vittimizzazione secondaria.

Lo stupro è considerato un fatto inevitabile, qualcosa che prima o poi ti succederà, se non stai attenta. Lo definiamo entro parametri di raffigurazione molto stretti: una donna che non resiste, che collabora con il suo stupratore, non può essere stata vittima di una violenza. La coercizione, la manipolazione, o semplicemente la paura di essere uccise (perché uno che ti stupra non ti vede come un essere umano: non sai cosa ti può fare se resisti) non sono prese in considerazione quando si cerca di stabilire cosa sia o meno violenza sessuale, in quali casi questa sia perseguibile e con quali modalità».

Denunciare “dopo”

«Non si è consenziente perché si denuncia “dopo”. E quanto tempo dopo una vittima di stupro perfetta dovrebbe denunciare la violenza?», si è chiesta Antonella Veltri, presidente di D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza). Il tempo che passa tra la violenza e la denuncia è uno dei punti sollevati da Grillo per delegittimare l’autenticità dell’accusatrice. Purtroppo è un punto su cui spesso fa leva la narrazione che tende a minimizzare o delegittimare la credibilità di chi denuncia una violenza sessuale.

Decenni di studi psicologici dimostrano quanto sia comune il fenomeno della rimozione. Spesso chi subisce violenza, soprattutto se questa avviene nell’ambito dei conoscenti o della famiglia (cioè la maggior parte delle volte, secondo i dati Istat), mette in atto meccanismi psicologici involontari per cui il ricordo della violenza viene rimosso, spesso a costo di sviluppare altri sintomi come ansia e depressione. I tempi per fare riemergere tale ricordo variano molto da persona a persona, e possono servire anni. Ci sono poi innumerevoli altri fattori che spingono le donne a non denunciare subito (o talvolta, purtroppo, a non farlo mai), legati alla delicatezza dei fatti che si andrebbero a raccontare: l’esposizione della propria intimità, il senso di colpa che spesso accompagna la vittima di stupro, il timore di non essere credute, la paura di affrontare ciò che potrebbe seguire alla denuncia e lo stigma della “bugiarda” che rimarrebbe per sempre appiccicato addosso nel caso in cui gli accusati fossero assolti per l’impossibilità di provarne la colpevolezza a livello giudiziario. Spesso poi, come spiega Giulia Siviero in un altro articolo per il Post, capita che le donne si imbattano in persone inadeguate al proprio compito nel momento in cui decidono di denunciare. Diverse donne «hanno cioè testimoniato di non aver trovato un’accoglienza, un ascolto o una preparazione adeguata da parte delle prime persone a cui si sono rivolte, o al pronto soccorso o nei vari commissariati».

Per quanto comprensibile dunque la preoccupazione di un genitore convinto dell’innocenza del proprio figlio, e al netto dell’irruenza a cui ci ha abituati il comico ligure nelle sue esternazioni, si tratta di un’uscita decisamente infelice e censurabile, per tutti i motivi descritti.

(Foto di Ehimetalor Akhere Unuabona su Unsplash )

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