Quattro mesi dopo che i talebani hanno ripreso il controllo dell’Afghanistan, a seguito del caotico ritiro dell’esercito statunitense, il paese è sempre più in difficoltà e sempre più isolato.

Tra i vari gruppi di persone che stanno vivendo un periodo drammatico c’è anche la comunità scientifica afgana. Come racconta un articolo su Nature, gli accademici si sentono abbandonati dalla comunità internazionale. Vista l’assenza di prospettive rispetto al proprio lavoro, molti scienziati hanno già lasciato l’Afghanistan o stanno provando a farlo.

I ricercatori raccontano di essere stati privati delle proprie fonti di finanziamento e che la loro libertà di ricerca non è presa in considerazione dal nuovo governo. C’è sempre più timore di persecuzioni dovute a eventuali relazioni con organizzazioni internazionali, per questioni di etnia o di genere, o per essere stati critici verso il governo in questi mesi. C’è chi denuncia di avere subito minacce di morte o di persecuzione dai talebani.

Fondi congelati

I talebani hanno ripreso il potere a metà agosto, ma il loro governo non è stato riconosciuto dalla comunità internazionale. Così miliardi di dollari di fondi, risorse o prestiti destinati alle agenzie governative e ai servizi di sviluppo di servizi umanitari e di sviluppo sono congelati.

Alcuni donatori internazionali stanno provando a fare arrivare a destinazione i fondi attraverso organizzazioni non governative, ma è un processo che richiede molto tempo. La priorità è assicurare alla popolazione l’accesso a servizi e risorse di base, quindi la ricerca comprensibilmente non è in cima alla lista. Ma è comunque un pezzetto importante della vita di un paese molto più complesso di come ce lo immaginiamo. L’università di Kabul, tra le più antiche del paese, è stata fondata nel 1932 e nel 1978 il 40 per cento dei medici e il 60 per cento degli insegnanti a Kabul erano donne.

Oggi nel paese ci sono circa 40 università e istituti di istruzione superiore ufficialmente aperti, ma in realtà inattivi. Il governo ha invitato i ricercatori a continuare a registrare le proprie presenze, ma le lezioni non si stanno svolgendo. Il personale universitario non riceve lo stipendio da prima di agosto, e come si diceva i fondi internazionali su progetti sono congelati. Alle donne è concesso lavorare, ma con delle limitazioni. Molte università sono ancora bloccate per assolvere alle complicate procedure per implementare l’educazione segregata tra uomini e donne, richiesta dai talebani. La conclusione di un ricercatore locale è lapidaria: «Stiamo perdendo il nostro tempo qui».

Le oltre 120 università private sono invece operative. Ma visto che tali strutture si basano sul pagamento delle rette da parte degli studenti, anche qui le difficoltà non mancano. Molti studenti hanno infatti difficoltà a pagare, altri hanno abbandonato il paese o gli studi. Stipendi e assegni di ricerca sono stati tagliati.

I talebani stanno entrando anche nei ruoli di vertice delle università. Molti membri appartenenti a minoranze etniche sono stati licenziati (e talvolta anche rapiti e uccisi) e sostituiti da persone di etnia pashtun, il gruppo a cui appartengono i talebani.

Fuga dei cervelli

In agosto Nature ha raccontato di un’ondata di ricercatori afgani che hanno chiesto rifugio all’estero, e infatti sono aumentate di molto le partecipazioni dal paese a programmi internazionali che prevedono di ospitare scienziati da università estere.

Solo poche domande hanno però trovato accoglienza. E inoltre, anche una volta vinto il bando, uscire dall’Afghanistan è complicato. Molte ambasciate nel paese sono chiuse, quindi i ricercatori devono passare attraverso paesi confinanti, come Pakistan e Iran, affinché le proprie domande siano elaborate.

La speranza che la situazione possa migliorare nel futuro prossimo è molto piccola. «Non abbiamo il supporto del mondo esterno e il numero di ricercatori e docenti è diminuito significativamente – ha detto una studente afgana che studia in Pakistan –. Siamo di fronte a una vera e propria fuga di cervelli».

(Foto di Mohammad Rahmani su Unsplash )

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