Secondo l’Open Budget Survey 2015, l’Italia ha fatto grossi passi in avanti in merito alla trasparenza dei conti pubblici, ma c’è ancora molto da fare dal lato della partecipazione pubblica al bilancio dello Stato. La trasparenza da sola, infatti, non è uno strumento sufficiente, se non viene affiancata da campagne e strumenti che stimolino il coinvolgimento della società civile. Lo studio è stato effettuato dalla International Budget Partnership (Ibp), un’associazione che si batte affinché la trasparenza e la partecipazione ai bilanci diventino strumenti per migliorare le condizioni di vita dei cittadini e combattere la povertà.

Per una volta, possiamo dire che l’Italia occupa una posizione dignitosa in classifica, situandosi al 12esimo posto (nel 2010 era al 24esimo) tra i 102 Paesi analizzati. A livello metodologico, la ricerca prende in considerazione 109 indicatori utili a restituire un’idea del livello di trasparenza di ogni Stato. Questo si sintetizza in alcuni indici che, su base 100, permettono di fare dei confronti. Il più importante degli indici è quello generale di trasparenza, nel quale l’Italia ottiene un buon 73 (la media globale è 45, le vette più alte come al solito sono raggiunte dai Paesi scandinavi, con l’87 della Svezia e l’84 delle Norvegia).

Dal lato dell’impegno affinché sia realizzata una concreta partecipazione pubblica alla stesura del budget invece ci fermiamo a 35 su 100. Un po’ più su della media (25), ben al di sotto dei Paesi che hanno fatto più sforzi in questo senso (Norvegia 75, Stati Uniti 69). In ogni caso, in termini assoluti, non un gran risultato. Le informazioni sono sempre più accessibili ai cittadini, ma potremmo dire che a questi è riservato un ruolo prettamente consultivo a posteriori, dopo che i conti sono stati già fatti “a porte chiuse”. «Questo risultato positivo – scrive Chiara Ricci su Sbilanciamoci.info – può essere imputato in buona parte agli effetti dalla riforma della legge di contabilità e finanza pubblica (legge 196/2009) che, oltre a riformare la struttura in cui viene presentato il bilancio, nel titolo II ha imposto alcune misure per la trasparenza e la controllabilità della spesa entrate a regime soltanto recentemente. In particolare, la disponibilità di alcune informazioni sul bilancio in formato elaborabile facilita i cittadini nella raccolta e nella lettura dei dati favorendo un maggior controllo da parte degli stessi».

Secondo Ibp, l’Italia dovrebbe stabilire criteri credibili ed efficaci (per esempio audizioni pubbliche, sondaggi, focus group) per raccogliere punti di vista interessanti da parte della società civile su questioni di budget; tenere udienze sui bilanci dei singoli ministeri, dipartimenti e agenzie in cui la testimonianza da parte del pubblico può dare un contributo importante; stabilire meccanismi formali affinché il pubblico possa assistere l’istituto superiore di controllo per formulare il suo programma di verifiche di bilancio e partecipare alle inchieste di tale programma. «Un cammino lungo e difficile per il nostro Paese – secondo Ricci – dove anche nel corso della discussione parlamentare non si affronta in modo chiaro e con una visione unitaria la questione fondamentale di dove e con quali obiettivi debbano essere indirizzare le risorse pubbliche».

Sarebbe interessante applicare gli stessi criteri per valutare il grado di trasparenza dell’Unione europea in quanto istituzione, non solo a livello di budget ma in generale in sui processi decisionali. È noto infatti che la Commissione europea gode di grande autonomia nel valutare e prendere decisioni, e ai cittadini risulta molto complicato accedere a documenti relativi a negoziati, soprattutto se si entra nel campo d’interesse di grandi aziende. La lettura di questo articolo di ValigiaBlu rende piuttosto bene l’entità di questo fenomeno. La Commissione, quando ha negato l’accesso a determinati atti, si è giustificata dicendo che «La cooperazione internazionale pretende un reciproco rapporto di fiducia, in special modo quando si discute di interessi commerciali. Se le parti hanno motivo di credere che le posizioni espresse durante i negoziati possono essere rese pubbliche, ciò impedisce i negoziati stessi facendo venire meno il clima di reciproca fiducia». Un atteggiamento in netto contrasto con il primo articolo del Trattato di Maastricht, in cui si legge: «Il presente trattato segna una nuova tappa nel processo di creazione di un’unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa, in cui le decisioni siano prese nel modo più trasparente possibile e il più vicino possibile ai cittadini». Si può fare ancora molto per alzare l’asticella del “possibile”.