Il dibattito pubblico sembra sempre di più “un gigantesco esercizio di solipsismo radicale”, dove l’obiettivo non è confrontarsi su temi e posizioni diverse, ma solo affermare se stessi. L’articolo di Alessandro Calvi per Internazionale.

Piace assai l’indignazione, di questi tempi. Per molti è diventata strumento di partecipazione abituale. E poco importa se si finisce in fretta per scadere su toni spicci, sprezzanti, classisti, a volte apertamente violenti. Del resto, è quasi inevitabile che sia così: chi si indigna a tempo pieno si è già proclamato moralmente altrove, superando ogni obiezione semplicemente galleggiandoci sopra.

Accade un po’ ovunque. I talk show televisivi da trent’anni forniscono al pubblico lo spettacolo di volti che si parlano addosso, gridano, strabuzzano gli occhi, fanno versi senza dir nulla. La carta stampata da altrettanti anni si è intestata una battaglia nella quale il tifo e un’inquietante aspirazione moralizzatrice hanno divorato la cronaca. Sui social network va in scena un nutrito repertorio di indignazioni che non di rado assume toni da giustizia sommaria. Di ogni cosa non si discute ma ci si scandalizza. Lo si fa con le stesse parole, gli stessi toni, la stessa aggressività quasi caricaturale. Tutto si mescola assumendo contorni indistinti e nulla pare importante davvero. Poi si passa in fretta a un altro argomento senza che le parole diano frutto alcuno. Il dibattito pubblico pare allora un gigantesco esercizio di solipsismo radicale.

“Bisogna trovare le parole giuste. Le parole sono importanti”, diceva Nanni Moretti in Palombella rossa. Purtroppo, non sembra che siano in molti a fare lo sforzo di cura per sceglierle. Le parole tradiscono le ragioni ma anche le sofferenze dalle quali nascono. L’indignato a tempo pieno lo nega, credendo che quello che non funziona sia soprattutto negli altri. Quello che pensa il prossimo, anzi, non interessa. Interessa solo affermare se stessi, rafforzando così un ripiegamento identitario radicale nel quale l’identità smette di essere anche una circostanza sociale e ideale, e coincide sempre di più col confine del proprio corpo.

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(Foto di Patrick Fore su Unsplash)

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