La diffusione della tecnologia digitale ha portato senza dubbio dei grandi vantaggi nelle nostre vite. Per tutti si aprono opportunità prima impensabili, da vari punti di vista. D’altro canto, queste innovazioni comportano anche dei rischi, perché chi programma le applicazioni che usiamo ogni giorno ambisce soprattutto a impadronirsi di una cosa: la nostra attenzione. Da tempo si discute di quanto si sia ridotta la nostra capacità di concentrazione (in inglese attention span).

Internet è un universo vasto, che può essere usato come una biblioteca, per accedere attraverso la ricerca a una grande quantità di informazioni. Ma è anche un luogo ormai colonizzato da alcune grandi compagnie (Facebook-Instagram, Twitter, Google) che fanno della ricerca della nostra attenzione la loro ragione di vita. Così non ci rapportiamo più ai contenuti su Internet con un’azione diretta di ricerca (come avveniva, non senza fatica, nei primi anni del web).

Sono le piattaforme che utilizziamo a proporci ciò che pensano meriti la nostra attenzione. Il tutto attraverso algoritmi che si basano su un’analisi dei trend degli utenti nel mondo, integrati dalle informazioni che noi stessi forniamo, navigando e svolgendo varie azioni (acquisti, petizioni, like) su Internet. Il blogger statunitense Nat Eliason fa risalire il primo passo nella transizione da una dinamica pull (dove l’utente va in cerca di informazioni) a una dinamica push (in cui l’utente viene “bombardato” di contenuti che potrebbero interessargli) al 2006, anno in cui vennero lanciati Twitter (luglio) e Facebook (settembre). Sul suo blog, Eliason mostra come in quell’anno i primi dieci siti più popolari al mondo fossero soprattutto motori di ricerca. Oggi in quella classifica dominano le piattaforme social, che occupano 6 posizioni su 10. C’è da aggiungere che da allora i motori di ricerca sono molto cambiati, e oggi ci troviamo spesso a fare ricerche dopo aver fatto login nel nostro account.

Così anche il nostro agire pull è mitigato dal fatto che il motore di ricerca sa chi siamo, dunque ci proporrà dei risultati tarati su vari aspetti della nostra personalità che è riuscito a ricostruire: da dove ci connettiamo, in che lingua leggiamo e scriviamo su Internet, qual è la nostra cronologia di navigazione, quali video guardiamo su YouTube, ecc. In che modo tutto questo ha a che fare con la nostra capacità di concentrazione? In teoria potremmo usare Internet e i suoi servizi anche in maniera profonda, immergendoci in lunghe letture e approfondimenti, o ingaggiando argomentate conversazioni con altri utenti. Tutto però è studiato per portarci dalla parte opposta: ciò che i servizi che usiamo si aspettano da noi è una navigazione superficiale, dove si salta da un argomento all’altro senza approfondire nulla, in un continuo movimento che ha un unico obiettivo: non annoiarsi. Eliason cita un estratto dal libro The Shallows:, di Nicholas Carr (traduzione nostra): «… Quando andiamo online, entriamo in un ambiente che promuove la lettura rapida, il pensiero frettoloso e l’apprendimento superficiale. Non è impossibile fare ragionamenti profondi mentre si naviga in rete, così come è possibile pensare superficialmente mentre si legge un libro, ma non è quello il tipo di pensiero che la tecnologia incoraggia e premia».

Ciò che si cerca di dare all’utente è un intrattenimento continuo, che lo tenga il più possibile intento a scorrere i contenuti e interagire con essi (e quindi distratto da tutto il resto). Eliason propone una risposta interessante al perché capita sempre più spesso di vedere persone sedute intorno a un tavolo mentre ognuno se ne sta con lo sguardo fisso sullo schermo del proprio smartphone. Solitamente si imputa il fenomeno al fatto che certe cose (come le notifiche, le chat di gruppo, ecc.) provochino una sorta di dipendenza psicologica. È certo una delle cause, ma ce n’è un’altra: forse gli esseri umani ormai sono noiosi. Se la regola è stare in un mondo che propone continuamente news, aggiornamenti, foto, like, e in generale piccole “emozioni” dalle quali siamo sempre più incapaci di stare lontani, l’esperienza di passare del tempo a parlare con una persona (che, a meno di casi particolari, offre una minore quantità di “stimoli” ed elementi di intrattenimento) può essere troppo impegnativa per una mente abituata alla superficialità delle interazioni online.

Può sembrare una visione catastrofica della realtà, ma bisogna fare i conti anche con queste cose. Ha fatto molto discutere un articolo pubblicato sull’Atlantic dalla psicologa Jean M. Twenge, in cui si ipotizza che la generazione nata dal 1995 in poi (quella che non ha esperienza di un mondo senza Internet) sia stata distrutta dagli smartphone e dai tablet. In risposta a Twenge, su Psychology Today Sarah Rose Cavanagh fa notare che tutto sommato la generazione dipinta da Twenge non è messa così male: «Nell’introduzione al pezzo Twenge nota che questa generazione ha tassi nettamente inferiori di uso di alcool, gravidanze in adolescenza, sesso non protetto, fumo e incidenti d’auto rispetto a quella precedente. È così che appare una generazione distrutta?». Al di là delle battute, ci sono motivi per essere felici di ed entusiasti di questi cambiamenti, ma è altrettanto importante tenere alta la guardia sull’uso che la tecnologia fa di noi.

Foto di Jordan McQueen su Unsplash