L’acquisizione di Italo – Nuovo Trasporto Viaggiatori NTV da parte del fondo d’investimento americano GIP – Global Infrastucture Partners ha fatto tornare in auge gli allarmi relativi a una possibile “svendita” delle migliori aziende italiane a favore di investitori stranieri. Ma quanto sono fondati questi allarmi? Per capire meglio la situazione, è utile leggere un articolo scritto da Alessandro Guerani e pubblicato un paio d’anni fa su Econopoly, blog del Sole 24 Ore. In quell’articolo (ripescato dal sito !Mediabias.it) si metteva in evidenza come, nonostante la crisi, il flusso di denaro straniero in Italia negli ultimi anni (i dati sono aggiornati al 2014) non abbia subito grosse impennate.

Guardando questo grafico risulta piuttosto chiaro che sono stati maggiormente i capitali italiani a uscire dal Paese, soprattutto tra il 2007 e il 2008, per poi abbassarsi, ma restando stabilmente al di sopra della linea che traccia il flusso di denaro in entrata. Nel 2008 i flussi stranieri sono andati addirittura in negativo, quindi nella bilancia di fine anno i disinvestimenti stranieri sono stati maggiori degli investimenti. Al di là degli scossoni dati dall’andamento dell’economia, dunque, non sembrano esserci stati fenomeni tali da doversi preoccupare di una possibile “invasione” di capitali stranieri.

Quest’altro grafico proposto da Guerani mostra come anche il totale delle somme investite veda comunque una maggioranza di capitali che viaggiano verso l’estero, rispetto a quelli che arrivano in Italia. «Questo grafico infatti – scrive Guerani – mostra una situazione da paese avanzato che si indebita sul mercato dei capitali (il debito estero italiano è infatti cresciuto negli anni che prendiamo in considerazione) per investire in asset esteri. Il problema si presenta eventualmente, come sempre negli investimenti, se il costo del debito è inferiore ai redditi prodotti dagli asset che si comprano con esso. Ma questo è determinato dalla “bravura” degli investitori nel compiere le scelte giuste e far fruttare i soldi, non da oscuri complotti contro la Patria ferita».

Quindi, riassumendo: «1) La crisi ci ha costretto a svendere le nostre aziende agli stranieri? FALSO. Le due crisi del 2008 e del 2011 hanno rallentato gli IDE sia in entrata che in uscita, ma molto di più quelli in entrata. Siamo noi che stiamo comunque continuando a comprare/investire in aziende estere. 2) l’Euro ha facilitato la svendita delle nostre aziende? FALSO. L’Euro ha sicuramente facilitato gli investimenti in altri paesi dell’Eurozona, anche se il fenomeno è mondiale (lo vedremo nel prossimo articolo). Ma niente vietava agli investitori italiani di mettere le risorse finanziarie che hanno invece usato all’Estero su aziende italiane, invece andate vendute a investitori stranieri. Sono state scelte, i soldi evidentemente c’erano».

La situazione di Italo si inserisce in questo tipo di analisi e il suo esito si ricollega al fatto che i nuovi investitori siano o meno in grado di fare fruttare il denaro investito (e quindi continuare ed espandere l’attività, creando ricchezza e lavoro). Secondo la ricostruzione fatta da Francesco Lenzi sullo stesso blog, il fondo GIP, «avendo già maturato competenze nella gestione di aziende di infrastrutture, è un acquirente interessato più al piano industriale che non a quello finanziario». Inoltre, la valutazione dell’azienda è stata piuttosto alta, se confrontata con quella di altre compagnie del settore. Il punto è quindi capire come gli investitori del GIP pensano di espandere le attività dell’azienda per fare in modo che il loro impegno economico sia vantaggioso.

L’unica conclusione, scrive Lenzi, al momento è la seguente: «Un grande fondo d’investimento ha impegnato una cifra importante, più alta di quella direttamente ottenibile sul mercato. E per tale cifra andrà sicuramente alla ricerca del modo con il quale conseguire un rendimento adeguato. Per questo vale la semplice regola descritta da Gordon Gekko (Michael Douglas): “È tutta una questione di soldi, il resto è conversazione”».

(Foto di Viaggio Routard su flickr)