A maggio dello scorso anno, Justin Yerbury, professore di malattie neurodegenerative all’università di Wollongong in Australia, si è visto rifiutare la propria domanda per un assegno di ricerca dal National Health and Medical Research Council (NHMRC). Nonostante il curriculum di altissimo livello, la sua lista di pubblicazioni non era all’altezza delle aspettative della commissione. Yerbury è affetto da sclerosi laterale amiotrofica (SLA) e ha perso l’uso di tutti i muscoli. Per vivere ha bisogno di assistenza continua, respira grazie alla ventilazione meccanica e, non potendo parlare o usare una tastiera, comunica attraverso un dispositivo che legge il movimento dei suoi occhi. La sua condizione, come si può facilmente intuire, non gli permette di avere un’attività accademica intensa come quella dei colleghi. Il fatto che la commissione di valutazione non avesse tra i parametri di riferimento le limitazioni dovute alla disabilità ha costituito una forma di discriminazione indiretta: una norma applicata allo stesso modo a tutti finisce per svantaggiare alcuni.

Yerbury ha raccontato la sua storia a Nature Index: «Avere iniziato la mia carriera senza le barriere della malattia mi ha fatto capire le sfide che la vita accademica pone a certi gruppi di persone». Prima di sviluppare la disabilità, per Yerbury, i fine settimana e le prime ore del mattino erano riempiti dalla scrittura di progetti di ricerca e dall’editing di articoli scientifici. Ora i suoi orari di lavoro hanno limiti molto rigidi. Anche viaggiare era una risorsa importantissima per incontrare i collaboratori e presentare il proprio lavoro. Tutto ciò è diventato impossibile.

Yerbury ha fatto appello contro la decisione dell’NHMRC e, a novembre 2020, ha saputo di avere vinto. Il suo caso ha però avuto un impatto più ampio, infatti l’istituzione australiana ha deciso di cambiare le proprie politiche di valutazione, includendo la disabilità come fattore che può influenzare i risultati di ricerca dei candidati.

A marzo 2020, uno studio pubblicato su PLoS ONE ha indagato sul contesto delle domande di finanziamento al National Institutes of Health (NIH) degli Stati Uniti. I dati raccolti hanno mostrato un tasso di successo delle richieste di sovvenzione del 27,2 per cento nei casi in cui uno dei ricercatori principali dichiarasse una forma di disabilità. Negli altri casi il tasso di successo era del 29,7 per cento, quindi significativamente più alto. Inoltre, nonostante il numero di domande sia complessivamente aumentato nel corso degli anni, le richieste da parte di individui o gruppi con persone con disabilità tra i ricercatori principali è sceso: nel 2008 rappresentavano l’1,9 per cento del totale, nel 2018 l’1,2.

Per quanto riguarda l’Europa, l’articolo di Nature Index riporta un contributo di Kate Sang, direttrice del Centro per la ricerca sull’occupazione di un istituto scozzese. Sang racconta che le persone con disabilità spesso descrivono la transizione dalla vita studentesca a quella di lavoro in ambito universitario come “camminare sull’orlo del precipizio”, perché il supporto istituzionale svanisce improvvisamente e si è lasciati soli a gestire una situazione completamente nuova. Sull’Italia, purtroppo si riscontra una mancanza di dati che non permette di valutare l’entità del problema. Si stima che nell’anno accademico 2019-2020 fossero iscritti all’ultimo anno di università circa 17mila studenti con disabilità. Ma il problema della mancanza di dati è noto e si sta cercando di intervenire, tra l’altro con con l’istituzione della Conferenza nazionale universitaria dei delegati per la disabilità (CNUDD).

(Foto di Julius Carmine su Unsplash)

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