Mentre la campagna di vaccinazione procede su buoni ritmi e i dati di monitoraggio sulla pandemia migliorano, riprende anche la sensazione che a breve potremo tornare alla vita di prima. Ma se il dibattito pubblico è tutto incentrato sulla ripresa economica e gli aiuti finanziari, non bisogna sottovalutare gli effetti psicologici di lungo periodo che questa esperienza porterà con sé. Secondo molti psicologi, la pandemia da COVID-19 costituisce un’esperienza traumatica per la popolazione. Anche chi non ha vissuto in prima persona la malattia, ha comunque provato tutte le sensazioni di ansia, incertezza, paura e sospetto che in diversi momenti ci hanno accompagnato. Il giornalista scientifico Ed Yong si è chiesto, in un articolo per l’Atlantic, cosa succederà agli statunitensi quando potranno finalmente tirare il fiato. Anche se alcune osservazioni riguardano in particolare gli Stati Uniti, molti elementi possono essere utili anche a noi per riflettere su questo aspetto.

C’è una differenza cruciale tra maggio 2020 e maggio 2021, spiega Yong: le persone ora ha vissuto 14 mesi di pandemia. Milioni di persone hanno sopportato un anno di dolore, ansia, isolamento e traumi. Alcuni si riprenderanno senza problemi, ma per altri i momenti di tranquillità che seguono lo svanire dell’adrenalina, quando la normalità riprende il suo corso, possono essere inaspettatamente difficili. Quando avranno di nuovo la possibilità di rifiatare, i loro respiri emergeranno come sospiri. «Le persone abbassano la testa e fanno ciò che devono, ma all’improvviso, quando si apre una breccia, tutti quei sentimenti vengono fuori», ha detto Laura van Dernoot Lipsky, fondatrice e direttrice del Trauma Stewardship Institute. «Per quanto sia difficile il trauma iniziale», ha detto, «sono le conseguenze a lungo termine che distruggono le persone».

I traumi di tipo psicologico portati dalla pandemia sono stati aggravati da fattori di stress sociale tra cui la disoccupazione, l’isolamento, i problemi della genitorialità a tempo pieno, e un anno di opportunità perse.

Una crisi estesa e continua produce due fenomeni quasi paradossali. In primo luogo, le persone diventano assuefatte e apatiche alla sofferenza in generale, sperimentando ciò che lo psicologo Paul Slovic ha chiamato intorpidimento psichico. Ma diventano anche ipersensibili verso traumi futuri nella loro vita. È un modello che si riscontra spesso tra che sperimenta disastri consecutivi, come l’11 settembre o gli attentati alla maratona di Boston. Molti non si sono abituati: ogni nuovo shock ha portato più stress, non meno.

Le persone che superano lunghi momenti di stress spesso crollano quando hanno la un attimo di tranquillità. I soldati che tornano alla vita di tutti i giorni la descrivono come noiosa, il che dà loro più tempo per pensare a ciò che è stata la vita al fronte. Allo stesso modo, dopo il declino delle infezioni da COVID-19, gli operatori sanitari potrebbero ricordare i pazienti che hanno perso, o le decisioni moralmente impegnative che hanno dovuto prendere sulla ripartizione delle cure.

Anche coloro che sono stati risparmiati dai traumi del pronto soccorso e della terapia intensiva hanno comunque vissuto un anno di paura, incertezza e sconvolgimento. Anche loro potrebbero sperimentare momenti sgradevoli di inaspettata riflessione, anche se le prospettive cominciano a schiarirsi. Quando hai la possibilità di realizzare che la tua sicurezza o quella della tua famiglia non è più a rischio, puoi ritrovarti a pensare: cos’è stata questa esperienza per me? La risposta potrebbe essere: non dormo da mesi, o mi sento infelice, o mio figlio è continuamente arrabbiato e sconvolto. «Penso che la curva dei problemi di salute mentale probabilmente salirà esponenzialmente una volta che la gente avrà il tempo di rendersi conto che la salute mentale fa parte dell’equazione», ha detto uno psichiatra dell’Università di Washington.

La ripresa dopo disastri e calamità è di solito misurata in termini di soldi recuperati, posti di lavoro ripristinati e infrastrutture ricostruite. La salute mentale è più difficile da misurare, e quindi più facile da ignorare. Il comprensibile desiderio della società di superare la pandemia potrebbe alienare ulteriormente le persone che stanno ancora affrontando il dolore o i sintomi della malattia. Cosa succederà se a qualcuno che soffre e chiede aiuto tra sei mesi verrà detto: “Di cosa stai parlando? La pandemia è stata anni fa!”? Il tempo per riprendersi dai disastri «non si misura in mesi, ma in anni o decenni», ha detto Lori Peek, sociologa. In molti casi ha una durata che supera la compassione umana.

Chi lavora nella formazione alle emergenze parla di cicli di panico-negligenza, dove le persone e i politici perdono interesse in una crisi una volta che questa si attenua, ritirando l’attenzione e le risorse necessarie per prevenire la prossima. Il rischio è che si attivi anche nel caso della pandemia questa dinamica. A un certo punto nessuno vorrà più sentirne parlare, quindi ci troveremo a discutere diinfrastrutture e investimenti, e saremo di nuovo al punto di partenza.

(Foto di Sasha Freemind su Unsplash )

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