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La mafia in Sicilia non ha vinto. Lo dicono i numeri sugli arresti, i beni sequestrati, le “cupole” che non riescono a ricostituirsi perché sono cadute tutte le “teste”. Eppure continuano a spadroneggiare i professionisti dell’emergenza, che parlano solo di quello che Sergio Rizzo su Internazionale definisce il primo atto della guerra alla mafia. Di seguito l’articolo in cui il giornalista spiega cosa succede nel secondo.

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Mi è capitato di stare dalla parte sbagliata. In Sicilia significa che ho conosciuto e frequentato gente che poi è stata arrestata per associazione di stampo mafioso. Con alcune di queste persone ho avuto rapporti diretti, con altre ci siamo incrociate, con altre ancora ho legami di parentela. La forza dell’impatto di questi incontri va dall’indifferenza al disastro. Tutto questo mi serve per fare un discorso sulla codardia e la complessità che arriva tra poco, prima devo parlare di Ernest Hemingway e di Francis Scott Fitzgerald.

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Ernest Hemingway diceva che ogni generazione è segnata da un evento, e che questo evento forma l’immaginario e i racconti di quella generazione, e cioè il modo di vedere e leggere il mondo. Per la sua generazione, spiegava, quell’evento era stato la prima guerra mondiale. Per chi è nato in Sicilia negli anni settanta, o negli ottanta come me, quell’evento è l’esplosione delle bombe che hanno ucciso Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini che scortavano i due giudici (i nomi, qui e qui). Significativamente, le stragi di Capaci e via d’Amelio entrano nella letteratura italiana in opere pubblicate in questi ultimi cinque anni. Significativamente, tutti gli autori sono nati a Palermo, e nel 1992 avevano dai quattordici ai venti anni. Pif è nato nel 1972 e ci ha girato un film. Alessandro D’Avenia nel 1977, Corrado Fortuna nel 1978 e Davide Enia nel 1974: tutti e tre ci hanno scritto sopra romanzi e racconti. Un racconto di Enia è ripubblicato in questi giorni in La guerra. Una storia siciliana, libro che raccoglie il lavoro del fotografo Tony Gentile tra il 1989 e il 1996. Per come la vedo io, i romanzi e i film di questi autori si legano inconsapevolmente tra loro per dire due cose: che la Sicilia è una guerra; e che, come per gli americani raccontati da Fitzgerald, nella vita dei siciliani sembra non esserci un secondo atto. Quest’ultimo punto finisce per avere conseguenze sull’Italia intera, ma ci arrivo tra un attimo, prima ho bisogno di tornare dalla parte sbagliata.

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Per me stare dalla parte sbagliata ha significato anche avere conosciuto e frequentato salvatori della patria che si sono poi rivelati abbagli ideologici e fregature straccione. Nello specifico ha voluto dire che mi sono innamorato di progetti civili fallimentari, di promesse di salvezza sceneggiate dalla politica e smontate dalla realtà, di rivoluzioni che al più erano contestazioni quando non teatrini. Ancora più nello specifico tutto questo si è tradotto in tessere di associazioni contro le mafie, entusiasmi per treni e cortei della legalità, litigate in difesa di Rosario Crocetta prima che diventasse governatore dell’isola, crociate affinché Totò Cuffaro fosse sbattuto in galera. Molti dei furori che hanno preceduto queste scelte sono stati degli errori, e un po’ anche certe scelte, anche se in misura differente. Il disprezzo per la politica clientelare di Cuffaro non è niente al confronto della delusione che è seguita all’insignificanza di certa sinistra, ma non mi piace pensare di aver desiderato il carcere per una persona; l’odio per la mafia non è paragonabile al risentimento per i professionisti dell’antimafia, ma non mi piace pensare di aver creduto ai teoremi sulle trattative tra stato e mafia.

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Julian Barnes in Metroland: “Quando muoiono le teorie? E perché? Dite pure quel che vi pare, ma finiscono eccome, e per la maggior parte di noi. È un unico avvenimento decisivo a ucciderle? Forse per qualcuno. Ma di solito muoiono d’usura, lentamente e sull’onda delle circostanze”.

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L’onda delle circostanze sulle spiagge siciliane è tutta una risacca di storie che vengono dal passato, e queste storie sono fatte proprie non solo da narratori e registi quarantenni, ma anche da magistrati imprenditori ed eroi dell’antimafia che negli anni si sono trasformati in maestri dell’emergenza. Tutti raccontano il primo tempo siciliano: chi lo fa al cinema o nei romanzi lo fa perché quel primo tempo è ricco degli eventi che l’hanno segnato, appunto; gli altri perché senza non potrebbero giustificare carriere cattedre e palcoscenici. C’è un rischio: il racconto degli anni novanta fatto nei romanzi e nei film usciti di recente carica inconsapevolmente l’arma di cui hanno bisogno i maestri dell’emergenza per tenere sotto scacco l’isola, e con l’isola il paese. Quest’arma è l’emotività, i suoi proiettili sono le emozioni, e rientrano in quello che Giovanni De Luna definisce come “paradigma vittimario” (http://www.amazon.it/repubblica-del-dolore-luna/dp/8807111101/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1427832225&sr=8-1&keywords=la+repubblica+del+dolore), ovvero quel diffuso bisogno di risarcimento morale provocato dalle stragi. Pif, Enia e gli altri raccontano anni drammatici, in cui magistrati saltavano in aria e giornalisti venivano sparati e bambini erano sciolti nell’acido. Riempiono il campo di emozioni a cui nessuno può sottrarsi: la rabbia, l’amarezza, la paura, lo sconforto, la disperazione. Queste stesse emozioni sono usate e manipolate dai maestri dell’emergenza per farne un ricatto: chi può metterle in discussione senza apparire come un mostro di cinismo che sputa sul cadavere dei morti?

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