di Pierangelo Colavito

In questa serie di riflessioni ispirate dall’imminente rinnovo delle cariche associative, ho scritto che «Candidarsi a ricoprire un ruolo di responsabilità dentro l’associazione non è un percorso obbligato. Non ci sono carriere predefinite e inevitabili. Ci sono certamente delle qualità, dei requisiti che si devono pretendere da ogni candidato e da ogni eletto. Competenze che si potranno migliorare e affinare con l’esperienza, ma che devono essere già presenti e mature al momento della candidatura». Vorrei riprendere e ampliare il discorso.

Negli ultimi anni, mi sembra di notare che dentro Avis si stiano replicando alcuni meccanismi che vediamo anche al di fuori. Mi riferisco all’affermarsi di un ambiente in cui viene premiato chi ha la militanza più lunga, piuttosto che chi ha le qualità migliori. Non vorrei per questo cadere in una trappola retorica che spesso inquina il dibattito pubblico: le due cose non sono mutualmente esclusive, anzi. Idee e progetti buoni non portano lontano, se alla base non vi è un’approfondita conoscenza dell’associazione e del campo in cui opera. Allo stesso modo, però, una lunga militanza nelle file associative non basta a fare un leader. Dubito di creare grosse polemiche se in questo faccio un parallelismo con l’attuale quadro politico, ma lo abbandono subito per tornare ad Avis.

Stare al proprio posto, fare la propria parte, è sicuramente importante nella partecipazione a un progetto plurale e collettivo. Ma non basta per candidarsi a guidare l’associazione in uno dei suoi livelli di coordinamento. Ci vogliono visione, capacità di unire, di parlare, di prendersi responsabilità, di capire e affrontare la complessità. Cose che si possono imparare, certo, ma solo se poggiano su una predisposizione individuale, e soprattutto sulla voglia di acquisirle. Se ci pensate, crescere dentro un’associazione non è diverso dal processo di crescita che porta ogni individuo dall’infanzia all’età adulta. Cosa ci rende adulti: compiere 18 anni o fare (ed elaborare) esperienze? Il tempo è solo uno dei fattori: è necessario, perché ciò che facciamo e a cui siamo esposti possa sedimentare e diventare parte del nostro bagaglio; ma da solo non basta a renderci uomini e donne adulti. Perché dovrebbe essere diverso in altri ambiti, non ultimo quello del volontariato?

Abbassando l’asticella delle aspettative, puntando a coinvolgere e premiare semplicemente “brave persone”, si abbassa anche l’orizzonte delle ambizioni di Avis nel suo complesso. Inoltre, rappresentanti “dimezzati” saranno portati a formare persone con caratteristiche simili attorno a sé, con il rischio di soffocare o dirottare verso altre realtà soggetti che potrebbero dare un contributo significativo. Portando il discorso su un piano più pratico, non possiamo permetterci di mettere alla guida delle Avis di coordinamento delle persone “fidate”, nella speranza che sviluppino le qualità necessarie per la leadership. Funzionerà per alcuni, ma nella maggioranza dei casi esporremo l’associazione a rischi troppo grandi. Il fatto che fuori da Avis, negli ultimi anni, le cose vanno in questo modo, non può essere un alibi per smettere di provare a migliorarci. Dobbiamo sforzarci di dare un esempio alla società, invece di specchiarci passivamente nei suoi aspetti peggiori.

Vorrei chiudere con un’immagine forse inusuale per un intervento di questo tipo, ma che proprio per questo potrebbe rivelarsi efficace. Le maglie dei giocatori di rugby della nazionale neozelandese, gli All Blacks, non ne riportano i nomi, a differenza di quelle delle altre nazionali. Il senso della scelta è duplice. Da un lato si sottolinea la temporaneità del ruolo: non appena un giocatore ha finito di “servire” la propria squadra, la maglia è pronta per essere ceduta a qualcun altro. Ma vi si può vedere anche un senso più profondo, ossia che le qualità di chi indossa la maglia sono più importanti del suo nome. La squadra è una, e gioca per una causa comune. Fuori dal campo ci si chiama per nome, e probabilmente si consumano molte birre assieme. Ma in campo si è una cosa sola e a ogni partita, a ogni allenamento, si deve dimostrare di meritare di essere lì. Altrimenti grazie, ma fuori c’è la fila.

(Foto di Ravi Kumar su Unsplash)

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