Domani si festeggia la Giornata internazionale della donna, un evento il cui significato va ben al di là delle mimose. Quest’anno sarà una giornata di eventi e campagne di sensibilizzazione, ma anche di contestazione. L’idea, partita dagli Stati Uniti e dal movimento Women’s March, è quella di mostrare al mondo cosa succede quando le donne si fermano. È stato indetto uno sciopero in tutto il mondo, al quale ha aderito anche la maggior parte dei sindacati italiani. Una strategia che ricorda quella adottata qualche anno fa dalle associazioni che si occupano di migranti, che avevano esortato tutti i lavoratori stranieri a sospendere per un giorno le proprie attività lavorative, per dimostrare al resto della società quanto il loro apporto sia ormai fondamentale per l’economia e l’erogazione di servizi in ogni Paese. Allora fu più che altro un’azione simbolica, stavolta si parla di sciopero, parola di ambito esplicitamente politico.

L’associazione che in Italia ha recepito l’invito alla mobilitazione è Non una di meno, che sul proprio sito elenca anche una serie di motivi sul perché dello sciopero. In realtà, per essere precisi, si parla di interrompere per un giorno «ogni attività produttiva e riproduttiva», dunque pare che anche il messaggio di Lisistrata sia incluso nella mobilitazione.

Uno dei motivi della campagna ha a che fare con la «la trasformazione dei centri antiviolenza in servizi assistenziali». Qui si fa riferimento a un emendamento della legge di Stabilità 2015, che «di fatto obbliga le donne che dopo aver subìto violenza decidono di rivolgersi al pronto soccorso ad avviare un percorso giudiziario – spiega il Post –: questa misura è stata molto criticata al momento della sua introduzione dai Centri Antiviolenza e dalle associazioni che si occupano di aiutare le donne che hanno subito violenze, poiché queste donne spesso sono riluttanti a denunciare chi abusa di loro e quindi c’è il rischio che non si facciano curare e non si rivolgano ai Centri Antiviolenza».

Tra le richieste delle scioperanti c’è anche la piena applicazione della Convenzione di Istanbul, che l’Italia ha ratificato nel 2013 (tra le polemiche per la scarsa affluenza alla Camera durante il dibattito prima della votazione) e contenente impegni che il nostro Paese non sta rispettando. Alla base della protesta ci sono un po’ tutti i temi relativi alle condizioni di fatto per cui le donne sono discriminate, dalle libertà relative al proprio corpo alla parità di trattamento economico sul lavoro. La battaglia riguarda anche il linguaggio e gli stereotipi che spesso, in maniera sotterranea, guidano la riflessione e la discussione sulla parità di genere sui media: «Rovesciamo la rappresentazione delle donne che subiscono violenza come vittime compiacenti e passive e la rappresentazione dei nostri corpi come oggetti».

La mobilitazione riguarda principalmente le donne, ma anche gli uomini sono invitati a dare il proprio contributo per la causa. «Negli Stati Uniti – scrive ancora il Post – Women’s March ha chiesto ai sostenitori uomini della propria causa di occuparsi da soli delle faccende domestiche e della cura della famiglia e di parlare ai propri datori di lavoro e ai propri colleghi dell’importanza delle regole sul posto di lavoro che aiutano le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano».

Domenica scorsa l’inserto culturale del Sole 24 Ore ha dedicato alcuni articoli a personaggi importanti nella lotta (e nelle vittorie) per i diritti delle donne. Tra queste Gabriella Luccioli, una delle otto ragazze che nel 1965 superarono il primo concorso in magistratura aperto anche alle donne. Fu un primo risultato e per questo molto importante, ma fu solo l’inizio di una lotta per il pieno riconoscimento della parità. L’ambiente lavorativo giuridico (come molti altri) era rigidamente maschile e pervaso di stereotipi e luoghi comuni che richiedevano a una donna «di dover essere brava come gli uomini – scrive Luccioli nel suo libro Diario di una giudice –, efficiente come gli uomini, disponibile ad ogni esigenza dell’ufficio come gli uomini, ma con la necessità ulteriore di non sbagliare mai e di non mancare mai alle aspettative dei colleghi, che mi appare ora come un fatto discriminatorio».

Andando ancora più indietro nel tempo, un libro intitolato 21 donne all’assemblea propone i ritratti delle donne che parteciparono all’Assemblea Costituente nel 1946. Se dunque l’anno scorso si è tributato un giusto omaggio a Tina Anselmi, scomparsa il 1° novembre 2016, ricordata come la prima donna a ricoprire la carica di ministro nel 1976, la storia delle donne in politica comincia ben prima. E la loro battaglia (che deve essere di tutti) non si è ancora conclusa.

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