Nell’ultimo anno e mezzo molti dei lavoratori che normalmente svolgevano le proprie mansioni in ufficio si sono dovuti adattare a lavorare da casa. Questo repentino cambiamento ha avuto effetti positivi e negativi, che richiederanno tempo per essere studiati. Da un lato, per molti pendolari sarà stato un sollievo recuperare intere ore ogni settimana, non dovendosi muovere da casa. Al contempo, però, come abbiamo scritto recentemente, ci sono anche tante ricadute negative in termini di produttività e salute mentale.

Sul Guardian si è parlato di questi aspetti qualche giorno fa in un lungo articolo di Gillian Tett, che riprende i risultti degli studi fatti da alcuni sociologi e antropologi nel campo della finanza e della tecnologia. All’inizio della pandemia, le società finanziarie statunitensi si sono interrogate sulle implicazioni dell’improvviso distacco dei loro lavoratori dalle sedi abituali di lavoro. Mentre però la maggior parte delle società si è concentrata su questioni immediate come il fatto che i dipendenti che lavorano da remoto abbiano accesso alle informazioni, si sentano parte di una squadra e siano in grado di comunicare con i colleghi, il sociologo spagnolo Daniel Beunza ha prestato maggiore attenzione ad altre domande: come agiscono le persone in gruppo? Come usano rituali e simboli per plasmare una visione comune del mondo?

Lo scambio accidentale di informazioni

Una delle difficoltà nel portare avanti lo studio è stata rappresentata proprio dall’impossibilità della compresenza tra lavoratore e ricercatore. La ricerca sociale prevede interviste approfondite, che permettano di capire le complessità della situazione di ogni intervistato. D’altro canto, però, parlarsi attraverso uno schermo ha anche creato un’inaspettata disponibilità ad aprirsi da parte di alcuni lavoratori normalmente schivi.

«Gli intervistati erano più desiderosi di parlare con lui da casa che in ufficio – spiega Tett –, e tutto sembrava più intimo. I finanzieri gli hanno detto che avevano trovato relativamente semplice svolgere alcune parti del proprio lavoro a distanza, almeno nel breve termine: lavorare da casa era facile se si doveva scrivere codice informatico o si scansionavano documenti legali. I team che avevano già lavorato insieme per molto tempo potevano interagire bene anche attraverso videochiamate».

Il vero grande problema, però, era lo scambio accidentale di informazioni. «La parte difficile da replicare lavorando a distanza sono le occasioni in cui ti imbatti in un’informazione di cui non sapevi di avere bisogno», ha osservato Charles Bristow, un trader di JP Morgan. «Come quando si sentono rumori da una scrivania nel corridoio accanto, o una parola che fa scattare un pensiero. Se lavori da casa, non saprai mai di avere bisogno di quell’informazione». Lavorare da casa rende anche difficile insegnare agli impiegati più giovani le routine della finanza e sviluppare il loro apprendistato.

Beunza non era quindi sorpreso di sentire che i finanzieri fossero ansiosi di riportare i trader in ufficio il prima possibile, né che la maggior parte avesse in realtà mantenuto alcuni gruppi di lavoro a lavorare in ufficio durante la crisi. Né fu sorpreso dal fatto che quando banche come JPMorgan cominciarono a fare rientrare in ufficio alcune persone – inizialmente al 50 per cento della capacità – si passò molto tempo a ideare sistemi per fare “ruotare” le persone; il punto non era radunare interi team, ma persone di gruppi diversi. Era il modo migliore per ottenere quell’importante scambio di informazioni incidentali che avviene quando l’ufficio è mezzo pieno.

Il calo nelle prestazioni

Ma uno dei dettagli più rivelatori delle interviste di Beunza riguardava le prestazioni. Quando ha chiesto ai finanzieri delle più grandi banche americane ed europee come se la sono cavata durante le turbolenze del mercato nella primavera 2020, i banchieri hanno detto che i loro gruppo di trading in ufficio hanno fatto molto, molto meglio di quelli a casa. Le banche di Wall Street hanno tenuto più squadre in ufficio, e pare abbiano fatto molto meglio degli europei. Ciò potrebbe essere dovuto a malfunzionamenti delle attrezzature tecnologiche da casa. Beunza però l’ha attribuito a qualcos’altro: i team che si trovavano in persona approfittavano maggiormente dello scambio di informazioni incidentali e di sense-making, e nei momenti di stress questo sembrava doppiamente importante.

I banchieri che Beunza ha osservato non erano gli unici a rendersi conto del valore di condividere uno spazio fisico. Qualcosa di simile si stava verificando nell’ambiente informatico dell’ Internet Engineering Task Force (IETF). Quando è arrivata la pandemia, gli organizzatori della conferenza dell’IETF hanno deciso di sostituire le convention di persona con incontri virtuali. Alcuni mesi dopo hanno fatto un sondaggio tra circa 600 membri per vedere cosa pensavano di questo cambiamento. Più della metà ha detto che considerava le riunioni online meno produttive di quelle di persona, e solo il 7 per cento preferiva le prime. Anche qui, si è persa la visione periferica e lo scambio di informazioni accidentali che avveniva nelle riunioni di persona.

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