Uno studio pubblicato a luglio, portato avanti da un gruppo di lavoro italiano, ha confermato l’efficacia delle trasfusioni di plasma iperimmune nei pazienti che hanno contratto una forma grave di coronavirus. Nel frattempo, l’Unione europea ha stanziato 40 milioni di euro per finanziare l’acquisto di attrezzature per la plasmaferesi.

Lo studio

La ricerca è stata realizzata dall’università di Pavia e dall’ospedale di Mantova, ed è una versione dell’articolo in pre-print, cioè non identica a quella che andrà in pubblicazione. Tuttavia l’articolo ha già superato la revisione tra pari (peer-review), e quindi si può considerare attendibile (le modifiche che potrà subire prima della pubblicazione riguarderanno essenzialmente questioni di editing). Il team di ricerca ha testato, tra il 25 marzo e il 21 aprile, la trasfusione di plasma iperimmune (qui abbiamo spiegato di cosa si tratta) in 46 pazienti con COVID-19 in condizioni piuttosto critiche, alcuni dei quali con sindromi respiratorie più o meno gravi (30 stavano ricevendo un aiuto per l’ossigenazione, 7 erano intubati). I pazienti avevano tutti 63 anni, e il 61 per cento di loro erano uomini. Lo studio ha trovato che la mortalità a breve termine si è ridotta complessivamente di 2,5 volte, passando da un 15 per cento atteso al 6 per cento. Dei 46 pazienti trattati, solo tre sono morti durante lo studio (di cui due avevano altre patologie molto gravi al momento dell’infusione). Nonostante il plasma iperimmune sia stato utilizzato molte altre volte per il trattamento di casi gravi di altre malattie (come la SARS nel 2002-2004), ci sono ancora pochi dati relativi all’epidemia di COVID-19. I risultati rilevati dalla ricerca italiana sono però coerenti con studi simili fatti in Cina. Gli studiosi riconoscono ovviamente che lo studio ha un importante limite, ossia la mancanza di un gruppo di controllo. Questo tipo di studi, infatti, solitamente prevede che a un gruppo di pazienti sia somministrato un placebo (all’insaputa sia del paziente che del medico), per poter fare un confronto più accurato. Trattandosi però di casi gravi, il fatto di somministrare o meno una cura potenzialmente decisiva per la sopravvivenza del paziente pone questioni etiche non trascurabili. In ogni caso, gli autori sono piuttosto certi del fatto che i risultati siano promettenti, e invitano a proseguire la ricerca in questo senso.

I fondi dell’Unione europea

L’Unione europea ha stanziato dei fondi per sostenere «l’acquisto di apparecchi per plasmaferesi e delle relative attrezzature, quali kit per la raccolta, le strutture di stoccaggio, i test e la caratterizzazione del plasma come pure i programmi operativi». L’intervento rientra nelle iniziative dello Strumento per il sostegno dell’emergenza. I fondi sono stati messi a disposizione alla fine di luglio, quando la Commissione europea ha invitato «oltre 200 servizi per la raccolta del sangue in tutta l’UE a richiedere finanziamenti per l’acquisto di attrezzature per la plasmaferesi, vale a dire attrezzature che consentono il prelievo di plasma dai donatori. L’obiettivo di questa azione è sostenere il trattamento dei nuovi pazienti COVID-19 che lottano contro la malattia, aumentando la capacità dell’UE di raccogliere plasma da convalescenti, ossia il plasma dei pazienti guariti dalla COVID-19». Stella Kyriakides, Commissaria per la Salute e la sicurezza alimentare,ha dichiarato: «Il plasma da convalescenti potrebbe essere un trattamento promettente per la COVID-19. Grazie ai finanziamenti messi a disposizione oggi, possiamo compiere un ulteriore passo avanti nella raccolta di plasma; invito dunque tutte le parti interessate ad avvalersene. Continueremo ad esaminare tutte le opzioni possibili per sostenere lo sviluppo di trattamenti sicuri ed efficaci contro la COVID-19, che siano accessibili e possano fornire protezione a tutti i cittadini. Questo continuerà ad essere il nostro obiettivo principale nelle settimane e nei mesi futuri». Bisogna però contestualizzare l’importanza del plasma iperimmune nel trattamento del COVID-19. Come spiegavamo a maggio (quando, anche a causa di una cattiva informazione sui media, si erano diffuse false speranze in merito), è pur sempre un approccio emergenziale, che si può usare quando le persone hanno già sviluppato la malattia respiratoria provocata dal coronavirus. L’individuazione di un farmaco specifico o di un vaccino restano gli obiettivi di massima priorità.

(Foto di National Cancer Institute su Unsplash)