charlie_Il 7 gennaio 2015 sarà ricordato per sempre come un giorno buio e triste per la libertà d’espressione in Europa. Come riportano le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, ieri si è consumata una strage nella sede del settimanale satirico Charlie Hebdo. Tre uomini armati, fanatici islamisti che dichiaravano di far parte dell’organizzazione Al Qaida in Yemen, hanno fatto irruzione nella sede del giornale, aprendo il fuoco e uccidendo 12 persone, ferendone gravemente altre cinque. Tra i morti il direttore, Stéphane “Charb” Charbonnier, e Georges Wolinski, quest’ultimo tra i più grandi disegnatori satirici francesi degli ultimi cinquant’anni. Di questo periodico, nato nel 1970, si era già parlato nel 2011, quando la sua sede era stata fatta saltare in aria a seguito della pubblicazione di vignette che ironizzavano sulla figura di Maometto (in particolare, nel numero di novembre di quell’anno il profeta veniva scherzosamente nominato direttore del giornale). Va detto che nell’islam è proibita la raffigurazione del profeta, quindi la provocazione risiedeva già nel presentarne il volto in copertina, per di più mettendogli in bocca un’irriverente battuta: «Cento colpi di frusta se non siete morti dal ridere!». I redattori del giornale non si fecero intimidire, incassarono il colpo e, forti del supporto dei tanti estimatori del loro lavoro, continuarono le pubblicazioni (e le provocazioni).

Come spesso capita in questi casi, si vanno a cercare i segni premonitori del dramma, le frasi, gli episodi che possano prefigurare questo tragico scenario. Su tutte, fa una certa impressione una dichiarazione di Charb del 2012, quando durante un’intervista per Sky Tg24 disse: «Non ho paura delle rappresaglie. Non ho figli, non ho una moglie, non ho un’auto, non ho debiti. Forse potrà suonare un po’ pomposo, ma preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio». Charb è morto in piedi, portando avanti, con la sua redazione, il diritto a riflettere sul presente e sulle sue contraddizioni, attraverso lo strumento fondamentale della satira, e quindi della risata: uno spazio fondamentale in ogni democrazia, importante tanto quanto gli ambiti più “seri” della libertà di pensiero e di espressione. Non è questa la sede per addentrarsi in ardite analisi antropologiche delle religioni: abbiamo a che fare con persone e gruppi di fanatici che seguono logiche “altre” rispetto a quelle della ragione e del buon senso. Impossibile (anche per mancanza di dati precisi sugli esecutori e sugli eventuali mandanti dell’attentato) gettarsi in riflessioni generalizzanti sui “cattivi” della situazione. Di certo i giornalisti e disegnatori di Charlie Hebdo non hanno alcuna colpa per ciò che è successo.

Chi voglia affermare che in qualche modo “se la sono cercata” è in errore o in malafede. Oppure non conosce la lunga storia di giornalismo satirico che caratterizza il mondo della stampa francese. Allo stesso modo, chi provi a generalizzare mettendo assieme tali gruppi armati ai comuni cittadini di fede islamica, si macchia di una nefandezza ben più grave, creando un nemico a proprio uso e consumo. Ci riferiamo, per esempio, a Matteo Salvini, che in un suo post su Facebook ha strumentalmente ripreso il fatto per parlare di “nemico interno”: «Se il massacro di Parigi fosse confermato di matrice islamica – scrive Salvini –, sarebbe chiaro che il nemico ormai ce l’abbiamo in casa. Bloccare l’invasione clandestina in corso, subito. Verificare chi, come e perché finanzia moschee e centri islamici». A quanto pare, il solo fatto che i terroristi di Parigi abbiano inneggiato ad Allah prima di sparare, rende tutte le persone di fede islamica residenti sul territorio italiano possibili “nemici”. Da guardare quindi con sospetto, limitandone possibilmente le occasioni di aggregazione e culto. Al di là del temerario collegamento tra Parigi e l’Italia (nonché l’identificazione tra “invasione clandestina” e pericolo terroristico), ci sembra di potere facilmente ribaltare il ragionamento del segretario leghista, visto che proprio l’ostilità nei confronti del proprio culto potrebbe contribuire a creare disagio e frustrazione nei fedeli musulmani, e questa col tempo potrebbe contribuire a configurare episodi violenti contro lo Stato o altri cittadini. Forse proprio la strada opposta potrebbe sedare gli animi più irascibili, ossia una politica di accoglienza e inclusione del nuovo all’interno della comunità.

Bloccare le moschee non servirà a preservare la pace sociale. Conoscere ciò che ci circonda (e ciò di cui si scrive) invece, è la via migliore per creare un clima di pace e rispetto reciproco. La solidarietà di ZeroNegativo va ai colleghi colpiti dall’attentato e alle loro famiglie. Sulla nostra pagina Facebook terremo per qualche giorno come copertina l’immagine che accompagna questo articolo, in segno di vicinanza alle vittime.