di Federico Caruso

Questo articolo prende spunto da un post pubblicato il 22 ottobre da Francesco Costa sul suo blog, col titolo “La vita senza Internet è brutta”. Brevemente (ma vale la pena leggerlo per intero), il giornalista si è trovato durante un viaggio di piacere a Cuba di fronte all’impossibilità (o quasi) di accedere a internet, dovendo quindi rinunciare a tutte le risorse e funzioni a cui molti di noi si sono abituati: interazione, condivisione, ricerca di informazioni, possibilità di approfondimento, eccetera. Concludendo che «L’assenza di Internet ha reso indubbiamente il mio viaggio più povero». La riflessione è interessante visto che, come afferma lo stesso Costa in apertura, sono sempre più “di moda” articoli e reportage di giornalisti e professionisti vari che scelgono di sganciarsi dalla rete per periodi di diversa entità, per poi ritornarvi e raccontare la propria esperienza, di solito deludente.

Partendo dal fatto che sono d’accordo che non sia una bella cosa che ai cittadini dell’Avana sia impedito (perché reso molto costoso in termini di tempo e prezzi) l’accesso a internet, Costa giunge a conclusioni generali sull’assenza da internet che non condivido, e alle quali proverò a rispondere con alcune considerazioni. Innanzitutto c’è in Costa una confusione tra l’archetipo del turista (quale egli è stato concedendosi soli nove giorni all’Avana) e il concetto di viaggio (ciò che egli avrebbe voluto fare aspirando ad andare in profondità nella conoscenza del luogo), le cui definizioni affido alle parole di Marc Augé: «Un tratto tipico del turista contemporaneo è l’attaccamento alle proprie abitudini. Anche lontano da casa, vuole ritrovare il comfort, l’atmosfera, la cucina, la televisione cui è abituato. […] Il vero viaggio è quello che si fa da soli, affrontando luoghi in cui ci si sente spaesati. Il vero viaggio, quello verso l’ignoto, non appartiene al turista, come pure l’idea della trasformazione – di sé, delle proprie idee, della propria cultura – che sta al centro del viaggio di formazione».

Non che per spostarsi nel mondo si debba per forza aderire alla definizione di “vero viaggio” data da Augé, ma è illusorio pensare di trovare la profondità del viaggio in una formula turistica. Internet e i dispositivi tipo tablet e smartphone hanno reso più liquida la differenza tra i due archetipi, ma tale differenza, prima o poi, emerge: la profondità richiede tempo, e il turista, per definizione, non ne ha. Il viaggio è fatto di soste non previste, cambi di itinerario, appunti sul taccuino con argomenti e fatti da approfondire in seguito, lunghe chiacchierate con gente del posto che iniziano banali e finiscono in maniera imprevedibile. Tutte cose che puoi fare se hai tempo. Internet è l’immediatezza dell’informazione (e dell’altrettanto immediato oblio, molto spesso), il viaggio è la conoscenza appresa per esperienza, che più difficilmente si ottiene ma più facilmente sedimenta (e quindi dà origine a riflessione). La vita senza internet è brutta se sei abituato a farne scorpacciate. È così ribaltata la teoria parallela sul cibo, citata in chiusura da Costa, secondo cui «sarà anche vero che mangiar poco fa bene; ma solo a chi mangia molto (o almeno, può mangiare molto) è consentito pensarlo». Chi è abituato a un’interazione col mondo mediata (o resa immediata) da internet, ha subito fame non appena si trova offline.

Ho amici che usano internet quotidianamente ma non sono iscritti ad alcun social network. Girano il mondo, per lavoro soprattutto -sono geografi, fotografi, musicisti- eppure riescono a mantenersi in contatto con centinaia di persone. Certo, quando sono a casa o in ufficio li sento quasi quotidianamente, un saluto su Skype, una mail. Ogni tanto spariscono -per un reportage in Nepal, per una tournée in Africa- e non ci sentiamo per settimane, talvolta mesi. Poi tornano e ci si racconta la vita. Anche a me è capitato in passato. Sono stato contento di tornare online dopo settimane, ma sono stato benissimo anche offline.

Scollegarsi da internet ti costringe a collegarti di più all’ambiente circostante. A reperire le informazioni in altro modo, ad affidarti all’intuito, a differire ciò che vorresti fare subito (o viceversa). La vita senza internet è brutta se si tratta di una totale (o quasi) e continuativa impossibilità di accedere alle sue risorse, come avviene appunto a chi vive all’Avana. Non lo è necessariamente -anzi, può addirittura essere bella- se parliamo di un periodo variabile di tempo in cui si è costretti a starne fuori. Se la troviamo brutta c’è forse un problema “nutrizionale”, e variare la propria dieta (anche quando internet è sempre disponibile) può aiutare ad affrontare, e talvolta apprezzare, la sua mancanza.

(Foto di Nathan Laurell su flickr)